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Scoperto a Segni un incunabulo con una sorprendente nota sul ritrovamento del Laocoonte nel 1506

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Il Gruppo del Laocoonte

Il Gruppo del Laocoonte (Laocoonte e i suoi figli).
Gruppo in marmo attribuito agli scultori Agesandro, Atanodoro e Polidoro risalente al I sec. d.C.
(custodito nel Museo Pio-Clementino dei Musei Vaticani)

SEGNI (RM) – In occasione della Sagra del Marrone si terrà a Segni un convegno di grande valore storico: “Angelo Recchia de Barbarano (1486-1558) magistrato capitolino, umanista, uomo di governo”.

Tra i materiali d’archivio dell’insigne giurista ve ne è uno che riguarda direttamente il rinvenimento nel 1506 del celeberrimo gruppo statuario antico del Laocoonte, il volume conservato a Segni è in grado di aggiungere un piccolo tassello a questa straordinaria vicenda dell’archeologia e della storia dell’arte.

Giovedì 23 Ottobre – Mostra
Inaugurazione di una mostra di tesori librari e documentari dell’Archivio Storico “Innocenzo III” mai esposti oltre ad alcuni protocolli dei secc. XVI-XVII dell’Archivio di Stato di Viterbo.

Sabato 25 Ottobre – Convegno – Ore 11.00
Alfredo Serangeli, direttore dell’Archivio Storico “Innocenzo III”.
Angelo Recchia: un profilo biografico e il suo incunabolo della “Naturalis historia” conservato a Segni.
Luca Calenne, storico dell’arte.
Il ritrovamento del Laocoonte: da oggetto delle aspirazioni capitoline a simbolo del primato papale su Roma.
Edoardo Tarmati, docente e ricercatore.
La famiglia Recchia e Barbarano nella prima età moderna.

Immagine del monumento sepolcrale di Recchia a Sant’Agostino in Campo Marzio

Monumento sepolcrale di Recchia a Sant’Agostino in Campo Marzio (click sull’immagine per ingrandire)

Postilla sull’incunabolo rinvenuto a Segni

Postilla sull’incunabolo rinvenuto a Segni (click sull’immagine per ingrandire)

Nell’Archivio storico “Innocenzo III” di Segni, nel corso delle operazioni di riordino e catalogazione della biblioteca del soppresso seminario vescovile – ricca di un fondo antico di circa quattromila volumi – è stato rinvenuto un prezioso incunabolo, ovvero l’esemplare di una edizione della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, stampata a Venezia nel 1491 dall’editore Tommaso de’ Blavis per la cura dell’umanista Filippo Beroaldo, che finora era sconosciuto a tutti i repertori internazionali. Dopo un laborioso intervento di restauro, reso necessario dal cattivo stato di conservazione del volume, si è proceduto a un esame meticoloso delle numerose postille a penna che incorniciavano il testo stampato.

Grazie ad alcune note di possesso si è potuto accertare il nome dell’antico proprietario del libro, nonché autore di tutte le postille su di esso, ovvero Angelo Recchia de Barbarano (1486-1558): insigne giurista che tra il 1519 e il 1550 fu a lungo al servizio delle magistrature capitoline e della Camera Apostolica, per poi divenire nel 1557 uno dei Conservatori dell’Università La Sapienza, dopo avere ottenuto nel 1553 anche la cittadinanza onoraria di Roma; il suo monumento funebre si trova nella chiesa di S. Agostino in Campo Marzio.

Lo spessore intellettuale di Angelo Recchia è testimoniato dal tenore e dall’argomento delle cennate postille, dove annota varianti testuali, apporta correzioni e rimandi ad altre opere classiche e lascia appunti di carattere personale: tra questi ve ne è uno che riguarda direttamente il rinvenimento nel 1506 del celeberrimo gruppo statuario antico del Laocoonte.

Su questo capolavoro dell’arte ellenistica, opera di Agesandro, Atanadoro e Polidoro di Rodi, recentemente sono stati prodotti diversi studi che riguardano i problemi della sua datazione (che dovrebbe risalire al I sec. a.C.), il luogo esatto della sua scoperta (la vigna di Felice de Fredis che era ubicata alle pendici orientali del Colle Oppio), il fatto se si tratti o meno di un originale piuttosto che una copia di un’opera più antica (si vedano i recenti contributi di Salvatore Settis), e la sua stessa fortuna nel Rinascimento.

Anche il volume conservato a Segni è in grado di aggiungere un piccolo tassello a questa straordinaria vicenda dell’archeologia e della storia dell’arte. Alla carta 290v del volume, secondo la numerazione moderna, a fianco del brano che Plinio dedica al Laocoonte (lib. XXXI, cap. 5), si legge infatti: «Laochoõ/ tis statua/ qua Divus/ Iulius Pont./ Max. in pa/ latio Vaticano loca/ vit: reperta/ est Ro[ma] An/ no Virginej/ partus/ 1506/.iiii. Jdus/ Januarij». Ovvero, la statua del Laocoonte che il Divo Giulio Pontefice Massimo (papa Giulio II) collocò in Vaticano è stata scoperta a Roma nel 1506 dall’anno del parto della Vergine quattro giorni prima delle idi di Gennaio. Da notare su quest’ultima parte che le idi di gennaio cadevano il 13, ma secondo l’uso romano si contava tutto incluso, cioè comprendendo nel conteggio anche i giorni di partenza e di arrivo, per cui quattro giorni prima del 13 porta al 10 Gennaio.

Dato il clamore che suscitò il ritrovamento, non si tratta dell’unica annotazione di questo tipo: un anonimo umanista dell’inizio del Cinquecento ha lasciato una quasi identica postilla su una copia manoscritta dell’opera di Plinio, oggi conservata nella Biblioteca Angelica e famosa perché da essa è stata tratta la prima edizione romana a stampa della Naturalis Historia. Fin da subito è, però, balzato agli occhi che la data riportata dal Recchia (cioè il quarto giorno prima delle idi di gennaio, vale a dire il 10 gennaio) non corrispondeva a quella ufficiale, considerata tale da cinquecento anni sulla base di una lettera del fiorentino Filippo Casavecchia, che poneva l’eccezionale ritrovamento quattro giorni dopo, cioè il 14 dello stesso mese.

In verità, sulla data e il luogo del ritrovamento non abbiamo una documentazione precisa, ma la notizia da lui annotata è certamente da ritenersi più attendibile delle altre, in quanto egli era residente da tempo nell’Urbe, era un alto magistrato capitolino e intratteneva stretti rapporti con autorevoli membri della Corte Pontificia, anche per gli importanti incarichi di governo che fu chiamato a ricoprire. Due furono, molto probabilmente, le fonti di informazione di Angelo Recchia: l’architetto Antonio da Sangallo, nipote di quel Giuliano da Sangallo che per primo, insieme a Michelangelo Buonarroti, riconobbe nel gruppo scultoreo, ancora in parte interrato sulle pendici dell’Esquilino, l’opera citata da Plinio il Vecchio e, soprattutto, il padrone della “vigna” in cui ebbe luogo l’eccezionale ritrovamento, ossia il romano Felice de Fredis anch’egli incardinato nell’amministrazione capitolina.

 

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