Ospedale di Colleferro. Ancora a proposito del Pronto Soccorso. «Tra attese, indifferenza e poca empatia tre giorni su una barella in una stanza senza finestre»

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COLLEFERRO – Riceviamo e pubblichiamo – a distanza di qualche giorno da una lettera “analoga” – un’altra lettera giunta in redazione da un nostro lettore e l’argomento, anche in questo caso, resta il Pronto Soccorso dell’Ospedale Parodi Delfino di Colleferro.

«Gentilissima Redazione, mi chiamo Mauro e nei giorni scorsi ho potuto leggere con molta attenzione la lettera da voi pubblicata sullo stato caotico, e uso solo questo aggettivo, del Pronto Soccorso dell’Ospedale Parodi Delfino di Colleferro e con grandissimo rammarico e pena mi trovo ad essere vicino alla mamma di quel ragazzo dimesso con leggerezza, dopo ore ed ore di attesa, dal Pronto Soccorso senza una vera e propria diagnosi del suo persistente malessere.
Mi auguro ad oggi, che il ragazzo stia meglio e se fosse così, non è di certo per tempestività delle cure ricevute nel PS colleferrino.

Dopo questa premessa vorrei giustamente raccontare anche la mia personale esperienza perché spesso serve mettere per iscritto pubblicamente alcune cose per poter arrivare in modo diretto a chi di dovere e spronare i vertici sanitari e politici ad attuare sistemi volti al miglioramento.
La mia esperienza è quella di mia madre ottantenne che, alcune settimane fa, nelle prime ore della mattina, è giunta in Pronto Soccorso in l’ambulanza, con un bel codice rosso e tanta paura. Dal suo arrivo le ore interminabili di attesa sono state estenuanti nonostante la gravità delle sue condizioni; noi familiari abbiamo atteso giustamente fuori per le normative anti Covid vigenti e a spizzichi e bocconi siamo riusciti ad avere qualche rassicurazione e un paio di piccole informazioni preliminari sul suo stato di salute grazie alla grandissima umanità e gentilezza di un giovane ragazzo che era di turno in accettazione quella mattina.

Ma le ore sono trascorse lentamente tanto da arrivare a sera, tanto da vedere un cambio turno di medici ed infermieri che dopo ore di attesa ci hanno comunicato che potevamo tranquillamente tornare a casa, che mamma sarebbe rimasta lì in Pronto Soccorso per accertamenti e perché l’esito del tampone molecolare, al quale era stata sottoposta al suo arrivo, ancora non era arrivato e che per questo motivo non potevano portarla in reparto.
Chiediamo allora, giustamente, che cosa avesse avuto … come stava.. e la risposta di una dottoressa fugacemente intervenuta è stata lapidaria… ancora non lo sappiamo, stiamo aspettando, abbiamo anche altri pazienti gravi, tornate a casa e vi faremo sapere noi! Vi lascio immaginare con che animo siamo tornati a casa… ore di attesa senza sapere cosa fosse successo a mia madre… nel frattempo fuori l’ingresso del Pronto Soccorso, da una finestra a pianterreno semi aperta, si sentivano lamenti e gemiti di dolore provenire dall’interno del Pronto Soccorso e il pensiero credetemi che non è volato solo alla mia mamma.

Questa situazione è durata quasi tre giorni, mia madre è stata lasciata in Pronto Soccorso, su una barella! La mattina successiva sono tornato in Pronto Soccorso sperando, finalmente, di poter parlare con qualcuno e sapere qualcosa: ho chiesto quindi in accettazione di poter almeno per un minuto vedere e parlare con un medico ma l’uomo (non più il ragazzo gentile del girono prima) mi dice di aspettare; l’attesa è stata di circa tre ore prima che, uscisse una dottoressa (sollecitata più volte) la quale, affacciandosi dalla porta principale, con assoluta indelicatezza e un pizzico di arroganza mista a fastidio mi dice con due parole, quello che la mia mamma ha avuto e che, se volevo parlare con un dottore in modo più approfondito, l’orario per conferire non era quello (si erano fatte nel frattempo le 13,20) ma sarei dovuto tornare nel pomeriggio in un orario stabilito, nero su bianco, da un cartello affisso all’entrata o chiamare il numero del pronto soccorso.
Sempre con tanta pazienza mi armo di calma, esco fuori e mi appoggio alla ringhiera osservando l’andirivieni di persone in attesa come me e, nell’orario indicatomi (circa le 16) rientro in Pronto Soccorso e scopro che, per poter parlare con un medico, bisognava lasciare un nominativo e attendere il proprio turno: alle 18:25 mi fanno entrare e mi indirizzano nella stanza di una dottoressa di turno all’interno del Pronto Soccorso. Percorro qualche metro del lungo corridoio, quanto basta per potermi rendere conto della situazione: sgrano gli occhi, cerco tra le stanze la barella di mia madre e nel frattempo osservo una situazione al limite della decenza.

Non sto qui a descrivere la situazione di caos, confusione, pazienti molto malati ammassati dentro una stanza senza finestra, barelle con malati semi coscienti appoggiate ai lati del corridoio, lamenti, urla di dolore…tiro dritto e arrivo nella stanza della dottoressa, la porta era aperta ma per educazione busso.. e lei al computer con la testa china, neanche alza lo sguardo, mi avvicino allora con tono cortese le chiedo informazioni su mia madre.. nel frattempo ancora non aveva avuto la decenza di guardarmi in viso e inizia, con tono scocciato, a pronunciare, con un accento non proprio di zona, delle parole che a stento carpisco tanto da doverle chiedere nuovamente di ripetere il concetto troppo tecnico…. e non l’avessi mai fatto!! … perché se fino a pochi secondi prima il tono era scocciato da quel momento è diventato irritato, indispettito e indisponente.
Ascolto sempre con estrema calma, sorrido e la ringrazio e senza chiedere altro esco dalla stanza e inizio a ripercorrere il corridoio con tanta tanta rabbia e voglia di gridare verso quella mancanza di umanità e di tatto di cui tanta gente mi aveva parlato ma in cui ancora, prima di questa brutta esperienza, non avevo avuto la sfortuna di incappare.
Devo aggiungere però che mentre sono uscito dalla stanza dell’educatissima dottoressa, ancora scioccato, una ragazza, una giovanissima infermiera mora con i capelli lunghi raccolti mi ha chiamato sottovoce e mi ha portato nella stanza dove era appoggiata la mia mamma per farmela vedere due secondi.

Ecco in quel gesto, in quello sguardo giovane della ragazza pieno di entusiasmo, altruismo ed empatia mi sono rifugiato per qualche secondo in attesa di varcare la stanza di mamma e ripiombare nello sconforto più totale nel vederla chiusa in un ambiente senza finestra e con altri due uomini (senza nessun tipo di separazione o tenda) molto anziani poverini in condizioni veramente tragiche.
Quei due secondi mi sono bastati per capire che nonostante tutto, un Pronto Soccorso di tutto rispetto come quello di Colleferro non può e non deve essere ridotto così. Non sono nessuno per poter ridurre tutto questo ad una mancanza di organizzazione, una mancanza di personale, una mancanza di ambienti idonei ma, posso con presunzione asserire che di sicuro al Pronto Soccorso di Colleferro, alcuni membri del personale sanitario peccano di mancanza di umanità, di empatia, di amorevolezza, di educazione e di rispetto.
Questa purtroppo è stata la mia personale esperienza, come me in quei giorni, lì fuori, in attesa c’erano altre decine di persone e familiari dei malati ma per quanto io possa aver sentito, il trattamento riservato a tutti è stato lo stesso, tanta ammirazione per questi giovani ragazzi e tanta rabbia e delusione nei confronti di coloro i quali dovrebbero per primi dare il buon esempio.
La mia mamma è stata portata dopo tre lunghissimi giorni presso il reparto di Medicina dove so che sta ricevendo le cure adeguate e tanto affetto».

Lettera Firmata

 

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