17 Maggio 2026
Città Metropolitana di Roma

Colleferro. Stagione Teatrale 2025-26. Grandissimo apprezzamento per l’“Antigone” di Roberto Latini. Poche luci, ma taglienti. Cura maniacale di audio e voci

Nola FerramentaNola Ferramenta

[soliloquy id=”202011″]

COLLEFERRO – Sabato sera al Teatro Vittorio Veneto, nell’ambito della Stagione teatrale 2025-26, è andato in scena l’Antigone di (e con) Roberto Latini.

Car Service Ford HyundaiCar Service Ford Hyundai

Uno spettacolo non facile, non per tutti.
Ritmo lento, scena scarna, atmosfera sospesa, audio e voci magnetiche curate all’inverosimile.

Giulio Calamita SindacoGiulio Calamita Sindaco

Eppure è stata una delle più belle rappresentazioni teatrali di sempre andate in scena sul palco del Vittorio Veneto a Colleferro.

Jean Anouilh nel 1944, durante l’occupazione nazista della Francia, reinterpreta in chiave moderna la tragedia di Sofocle intorno al mito di “Antigone”.
Al centro del dramma Anouilh pone l’eterno conflitto tra legge morale e legge dello Stato.
Il nocciolo della questione non è più il destino, ma la scelta.
Antigone non ha la stessa eroicità della tragedia greca.
Qui è fragile, ma ostinata e coerente. Fino alla morte.

Ecoerre-Poliambulatorio_SpecialisticoEcoerre-Poliambulatorio_Specialistico

Roberto Latini – che di questa pièce è regista e attore (Antigone) – esalta ancora maggiormente questo simbolo di ribellione e lo fa spogliando la scena di ogni realismo, proprio per lasciare spazio alla parola e alla voce.

Fin dall’inizio, nel lungo prologo introduttivo, viene dichiarato che Antigone morirà e viene svelata la fine che faranno anche tutti gli altri personaggi…

Lo “spoiler”, se da un lato priva lo spettatore della suspense narrativa, dall’altro lo fa concentrare sull’introspezione psicologica dei personaggi.

Il cuore della tragedia è il lungo confronto tra Antigone e Creonte.
È qui che in effetti l’interpretazione moderna di Anouilh e la reinterpretazione di Latini, distanziano il carattere dei personaggi dal rispettivo omonimo greco originario.
Creonte non è un tiranno sanguinario, ma un uomo stanco, pragmatico.
La nipote Antigone più che determinata, appare testarda e capricciosa…

I testi diventano partitura sonora.
L’audio, gli echi, l’equalizzazione specifica delle voci, il rumore dell’autobus alla fermata e il “trillo” stesso del telefono pubblico appeso a un palo della luce, creano la scena. Il resto lo fanno le luci nette e le ombre diffuse che isolano i personaggi in uno spazio sospeso.

In questo contesto va avanti il confronto tra i due.
Non è solo uno scontro ideologico, di più, è un “duello” esistenziale: vivere accettando il compromesso o morire restando fedeli a se stessi?
In effetti, in alcuni momenti, non si tratta nemmeno di un dialogo, ma di monologhi individuali che mirano a chiarire le rispettive posizioni.

La scena sullo sfondo e l’ambientazione, non ci sono.
Non siamo nella mitica Tebe e nemmeno nella Francia occupata: siamo in un luogo mentale. In un “non luogo” che rende universale ciò che si va raccontando, sia nella dimensione spaziale che in quella temporale.

Polinice è morto. Egli non era un eroe, ma un uomo corrotto e ambiguo. La sorella Antigone vuole seppellirlo e per questo andrà a morire. Emone, il suo promesso sposo, si suicida accanto al suo corpo. Anche Euridice, moglie di Creonte, si toglie la vita.
Creonte rimane solo, prigioniero del potere che ha difeso.

Non c’è una morale definitiva.
Il risultato è un dramma profondamente ambiguo.
Nessuno ha ragione. Nessuno è innocente.

Lo stile epico di Sofocle, è diventato dramma politico in Anouilh e tragedia esistenziale in Latini.
Creonte è vivo, ma solo e svuotato.
Antigone è morta, ma “integra”.

Ma… poi alla fine… è meglio sopravvivere adattandosi? O morire restando fedeli a se stessi?