Colleferro. Piero Terracina incontra gli studenti. Ultimo appuntamento nel “Mese della Memoria” dell’Istituto Comprensivo Colleferro 1 [FotoeVideo]

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COLLEFERRO (RM) – «Con qualche giorno di ritardo celebriamo il giorno della memoria per ricordare la più grande tragedia della storia. Nei lager nazisti, dove io fui deportato quando ero poco più che bambino, sono stati assassinati, ed attenzione a queste parole perché un conto dire sono morti, un altro dire sono stati assassinati undici milioni di essere umani, di cui sei milioni erano ebrei. Io ho vissuto tutte le nefandezze del lager, ma il cammino che mi ha portato all’inferno , perché di un inferno si è trattato, non quello raccontato da Dante o delle Religioni, era l’inferno qui sulla terra chiamato Birkenau-Auschwitz, un luogo di morte dove si arrivava solo per morire».

Con queste parole di Piero Terracina, uno dei pochissimi sopravvissuti dall’inferno di Birkenau-Auschwitz, è iniziato il terzo ed ultimo incontro del Mese della Memoria promosso dall’Istituto Comprensivo Colleferro 1 in collaborazione con A.N.P.I.-Staffetta Partigiana e I.I.S. Di Via delle Scienze, che si è tenuto nell’Aula Magna dell’I.T.I.S. S. Canizzaro di Colleferro, affollata di studenti sia della Scuola secondaria di I° Grado L. Da Vinci che degli istituti superiori. Presenti l’Assessore all’Istruzione Sara Zangrilli, la Prof.ssa Amalia Perfetti-Presidente Anpi Staffetta Partigiana ed il Dirigente Scolastico Alberto Rocchi.

Un incontro carico di emozione, un racconto vibrante, appassionato ed a tratti interrotto dalla commozione, dove Pietro Terracina ha raccontato ad una platea di studenti e docenti, le umiliazioni subite, il dolore e la paura dei nove mesi trascorsi nel lager.
Una vita felice la sua che trascorreva nella serena quotidianità, fino a quel terribile 7 Aprile del 1944, quando, insieme alla sua famiglia , fu arrestato da soldati tedeschi, messo in un vagone e fatto viaggiare in condizioni disumane per giorni e giorni sino ad arrivare a destinazione: il campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz -,: era ill 23 Maggio 1944. Scesi dal treno furono picchiati e divisi. Pietro era il più piccolo di quattro fratelli, cercò disperatamente la sua mamma, riuscì ad abbracciarla, non la rivide più, così come tutti i suoi cari uccisi nelle camere a gas.

A5506, questo il numero di matricola impresso indelebilmente sulla sua pelle, una specie di marchio di fabbrica, perché ad Auschwitz non si era più esseri viventi, ma semplici pezzi, dove chi sopravviveva veniva privato di ogni diritto, anche quello di avere il ricordo delle proprie origini e dei propri familiari.

Piero Terracina ha raccontato episodi di grande crudeltà, ma anche gesti di generosità ed altruismo, aggiungendo: «non vi racconto tante altre sofferenze, perché credo che esista un limite alla credibilità dell’orrore», poi volgendo lo sguardo ai tanti studenti che lo ascoltavano attenti, li ha esortati ad impegnarsi, informarsi per se stessi e per gli altri, affinché quello che è successo non possa più accadere , e rivolto ai docenti ha sottolineato che occorre educare i giovani al dovere dell’accoglienza ed al rispetto delle minoranze.

Auschwitz fu progettata con fredda intelligenza ed efficienza per lo sterminio degli esseri umani, fossero essi ebrei, prigionieri politici, rom, omosessuali o persone con disabilità, nel più assoluto silenzio della comunità mondiale, se non rare eccezioni, nessuna voce si alzò, nessuna reazione forte, nessun intervento fu adottato.

Per questo a settant’anni dalla liberazione ha ancora senso parlare per comprendere le radici dell’antisemitismo nazista, soprattutto per osservare con occhi nuovi quello che sta succedendo oggi in Europa e nel mondo intero: occorre non lasciarsi sopraffare dall’indifferenza e dall’ostilità, dalla paura del “diverso”, ma ragionare con la propria testa e partecipare, agire nella società in cui si vive, perché questa è libertà!

Oggi più che mai dobbiamo partire dal ricordo della Shoah, che rappresenta il passato, per vivere il presente e progettare un futuro migliore, tenendo ben presente quanto il male possa essere “banale”, troppo spesso nascosto tra le pieghe dell’indifferenza, dobbiamo comprendere come l’incontro con altre culture sia arricchimento reciproco di idee, valori ed esperienze, ricordando le parole di Primo Levi: «voi che siete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando il cibo e visi amici: considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un si o per un no…….. meditate che questo è stato».

Eledina Lorenzon

 

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