Cassino | Arce. Omicidio Mollicone. Spunta nel giorno della sentenza la testimonianza del barbiere. Dopo 21 anni, 137 testimonianze, 50 udienze, un suicidio e la morte del padre della ragazza…

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CASSINO | ARCE – “Colpo di scena” a poche ore dalla sentenza del processo per l’omicidio di Serena Mollicone: la Procura ha invitato a comparire il barbiere che avrebbe tagliato i capelli a Marco Mottola – il presunto esecutore materiale dell’omicidio – due giorni prima dei funerali di Serena Mollicone.

Secondo la Procura, quella testimonianza – a proposito della quale il Presidente della Corte d’Assise di Cassino si è riservato di decidere – andrebbe una volta per tutte a fugare ogni dubbio su un particolare che per la difesa della famiglia Mottola è fondamentale: il colore dei capelli di Marco Mottola, descritto dai testimoni come biondo e con i capelli mesciati…

Dopo le contro repliche dei difensori della famiglia Mottola che hanno chiesto l’assoluzione degli imputati, i giudici della Corte sono entrati in Camera di consiglio dalla quale usciranno, presumibilmente nel tardo pomeriggio, pronunciando la sentenza sull’omicidio di Serena Mollicone.

Ricordiamo che la Procura ha chiesto: per l’allora Comandante della Stazione Carabinieri di Arce, Franco Mottola, 30 anni di carcere; per suo figlio Marco, 24 anni; per la moglie Anna Maria, 21anni; ed ancora, per l’ex vice comandante Vincenzo Quatrale, 15 anni (accusato di ’istigazione al suicidio e concorso esterno morale in omicidio) e per l’appuntato Francesco Suprano, 4 anni (per favoreggiamento).

Il tutto ruota intorno al luogo ed all’arma del delitto, rispettivamente (secondo la Procura) la caserma – una unità abitativa situata al primo piano dove alloggiava la famiglia Mottola – e una porta di quello stesso appartamento.

La ricostruzione della Procura
Secondo la ricostruzione dei Pm Beatrice Siravo e Carmen Fusco, intorno alle ore 11 del mattino del 1° Giugno 2001, Serena Mollicone è entrata in caserma (lo aveva affermato il brigadiere Santino Tuzi, poi suicida).
All’interno della caserma Serena sarebbe stata aggredita da Marco Mottola, al culmine di una lite iniziata poco prima in auto (circostanza riferita da due testimoni).
Più tardi Franco Mottola l’avrebbe soffocata, incaprettata e chiusa in una busta di plastica per portarla nel bosco di Anitrella, nel portabagagli della Lancia K dei Mottola, tra la mezzanotte e l’una, con l’aiuto della moglie Anna Maria.

Il corpo della povera Serena sarebbe poi stato ritrovato 48 ore dopo.

La 18enne dunque sarebbe morta in caserma e non nel luogo del ritrovamento del corpo.
L’ipotesi, secondo la Procura, sarebbe suffragata dal fatto che i vestiti erano asciutti, nonostante quel giorno fosse piovuto; che sul nastro adesivo usato per coprite il naso e la bocca della vittima vi fossero tracce di vernice dello stesso tipo di quella di una caldaia della caserma; e dallo sviluppo delle larve che hanno aggredito il corpo senza vita della ragazza.
Mistero anche sulla Lancia K che, nonostante avesse solo due anni, il Mottola afferma di aver rottamato senza riscontro presso alcun autodemolitore.

La Difesa
Sull’altro fronte, la Difesa ritiene inattendibile la testimonianza del brigadiere Santino Tuzi sulla presenza in caserma di Serena. Evidenzia l’assenza del Dna dei presunti colpevoli sul nastro adesivo in questione e considera inverosimile l’intera ricostruzione della presunta dinamica degli eventi.

Resta poi l’analisi dei retroscena che avrebbero causato la lite tra i due giovani. Secondo Guglielmo, il padre di Serena morto prima del rinvio a giudizio degli imputati, quella lite fu dovuta al fatto che la ragazza avesse deciso di denunciare Marco Mottola per la sua attività di spaccio di droga, attività confermata dalle indagini dei Carabinieri.
Sulla questione specifica, la difesa ritiene indimostrabile questo movente, ma anche la Procura lo ritiene irrilevante rispetto al fatto che la lite si sia realmente realizzata, indipendentemente dalle specifiche motivazioni.

Il tutto è stato ricostruito dalla Procura, e contestato dalla Difesa, attraverso quasi 137 testimonianze, quasi 50 udienze, ed il confronto tra ordini di servizio, tabulati telefonici, depistaggi, false testimonianze…
Mentre morivano – suicida a 59 anni l’11 Aprile 2008 – il brigadiere Santino Tuzi e – di crepacuore a 72 anni il 31 Maggio 2020 – il padre di Serena Guglielmo Mollicone.

Nel pomeriggio di ieri il criminologo Carmelo Lavorino a capo del pool difensivo della famiglia Mottola, ha diramato un comunicato stampa in cui afferma di aver «dato il massimo affinché trionfassero Verità e Giustizia e per fare al meglio e con la massima onestà e professionalità il nostro lavoro.
Ringrazio per la loro altissima professionalità, per il senso del dovere, per lo spirito di sacrifico, per la collaborazione e per il mastodontico lavoro svolto:

  • i quattro avvocati difensori dei Mottola, esattamente Francesco Maria Germani, Piergiorgio Di Giuseppe, Mauro Marsella ed Enrico Meta;
  • i consulenti tecnici che mi hanno affiancato nella c.d. “Relazione tecnica di consulenza criminalistica criminologica forense investigativa sistemica” o “Superconsulenza”, il dr. Enrico Delli Compagni psicologo forense, l’ing. Cosmo Pyo Di Mille, l’esperto informatico Gaetano Bonaventura, le dr.sse Alessandra Carnevale e Giusy Marotta;
  • il medico legale prof. Giorgio Bolino, il dott. Massimo Amadei, l’avv. Silvana Cristoforo, la dr.ssa Raquel Scappaticci, il geometra Fulvio Marsella.

Il Pool intero – conclude Lavorino – ha confutato l’impianto accusatorio con scienza, coscienza, diligenza e conoscenza dei fatti dimostrando, aldilà di ogni ragionevole dubbio, la totale estraneità del M.llo Franco Mottola, di Annamaria Mottola e di Marco Mottola all’omicidio di Serena Mollicone, del quale si deve individuare e punire il/i vero/i responsabile/i, non la vittima di turno. Che Dio guidi la mente e l’operato dei Giudici guidandoli verso la Verità».

Nel tardo pomeriggio di oggi l’attesa sentenza…