Roma. Operazione “Propaggine” della Dia. 77 persone colpite da ordinanza cautelare. Smantellato un “locale” capitolino diretta emanazione della ’ndrangheta sinopolese

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ROMA – «Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto». È la frase contenuta in un’intercettazione nell’ambito della maxi operazione “Propaggine” che su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e della Dia ha portato a 43 arresti (38 arresti in carcere e 5 ai domiciliari) tra Roma e Lazio ed altri 34 (29 in carcere e 6 ai domiciliari) in Calabria.

A capo del “locale” di Roma, fondato nell’estate del 2015, c’erano Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo: proprio Carzo nell’estate del 2015 aveva ricevuto dalla casa madre della ’ndrangheta l’autorizzazione per costituire un “locale” nella Capitale, retta dallo stesso Carzo e da Alvaro.
La particolarità di questa organizzazione è che operava su tutto il territorio di Roma con una gestione degli investimenti nei settori della ristorazione (locali, bar, ristoranti e supermercati), ittico, panificazione, pasticceria, del ritiro delle pelli e degli olii esausti nonché nell’attività di riciclaggio di ingenti somme di denaro.
Nei confronti degli indagati si contesta, tra gli altri, l’associazione mafiosa, cessione e detenzione di droga, estorsione e fittizia intestazione di beni…

Il fatto era noto, ma ancora non era stato portato alla luce. Lo ha fatto oggi l’inchiesta denominata, non a caso, “Propaggine”, che ha colpito, pesantemente, anche nella… “casa madre”.

A Roma
Sul “locale” di Roma la Dia ha eseguito numerose perquisizioni e 43 ordinanze di custodia cautelare.
Il blitz ha interessato diverse zone della Capitale e della Città Metropolitana.
Il “locale” di ‘ndrangheta, radicato a Roma era finalizzato ad acquisire la gestione e il controllo di attività economiche in svariati settori, ittico, panificazione, pasticceria, del ritiro delle pelli e degli olii esausti.
Secondo gli inquirenti le indagini svolte hanno consentito di appurare che i sodali della cosca Alvaro abbiano dato vita, nel territorio della Capitale, ad un’articolazione (denominata “locale di Roma”), che rappresenta un ‘distaccamento’ autonomo del sodalizio radicato a Sinopoli e Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria.
“È emersa, sempre allo stato degli atti, un’immagine nitida dell’esistenza di una propaggine romana – oggetto della corrispondente attività di indagine della Dia di Roma – connotata da ampia autonomia nella gestione delle attività illecite, ed al contempo della permanenza dello stretto legame con la ’casa madre sinopolese’, interpellata per la soluzione di situazioni di frizione tra i sodali romani o per l’adozione di decisioni concernenti l’assetto della gerarchia criminosa della capitale.
La stessa costituzione del ’distaccamento’ romano è stata in origine autorizzata dai massimi vertici della ’ndrangheta, operanti in Calabria.
Tra le persone raggiunte oggi da misura cautelare figurano anche alcuni professionisti accusati di “avere messo a disposizione” il loro bagaglio di conoscenze.
Si tratta di un commercialista, al quale il Gip ha applicato la misura del carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, e un dipendente di una banca.
Contestualmente le Forze dell’Ordine (Polizia di Stato, Carabinieri, GdF) hanno proceduto ad un sequestro preventivo nei confronti di una serie di società ed imprese individuali operanti a Roma e intestate a prestanome”.
Si tratta di 24 società e di ristoranti, bar e pescherie nella zona nord di Roma e in particolare nel quartiere di Primavalle.
Perquisiti anche gli uffici comunali di Anzio e Nettuno.

In Calabria
Il filone calabrese dell’inchiesta ha portato all’arresto di 34 persone (29 in carcere e 5 ai domiciliari).
Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso, favoreggiamento commesso al fine di agevolare l’attività del sodalizio mafioso e la detenzione e vendita di armi comuni da sparo ed armi da guerra.
Sono stati arrestati i vertici della cosca Alvaro.
Oltre al sindaco di Cosoleto, Antonino Gioffré, ai domiciliari, sono stati arrestati Carmine Alvaro detto ‘u cuvertuni’, ritenuto il capo locale di Sinopoli.
In manette anche i capi locale di Cosoleto, Francesco Alvaro detto ‘ciccio testazza’, Antonio Alvaro detto ‘u massaru’, Nicola Alvaro detto ‘u beccausu’ e Domenico Carzo detto ‘scarpacotta’.
Nel reggino, secondo gli inquirenti, si è riusciti a dimostrare come i tentacoli della cosca Alvaro-Penna si sarebbero allungati sull’amministrazione comunale di Cosoleto dove opererebbe un “locale” di ‘ndrangheta autonomo nelle attività illecite ordinarie, ma funzionalmente dipendente da quella di Sinopoli.