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Roma. Grande successo alla Cripta della Basilica dei Santi Apostoli in Roma. Jago e le infinite forme espressive “estrapolate” dalla pietra viva… [Foto]

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ROMASi è inaugurata con notevolissimo successo di pubblico e di critica la nuova mostra personale del famoso scultore anagnino Jago (Jacopo Cardillo) presso la suggestiva Cripta della Basilica dei Santi XII Apostoli  in Roma, in una cornice davvero magica ed inusuale, nella quale le stesse opere, esposte con un’attenta illuminazione, si integravano gradevolmente creando un’ambientazione perfetta e gradevolissima.

All’inaugurazione hanno partecipato oltre mille visitatori, “disciplinati e rispettosi” del luogo, tra l’altro inedito per un evento espositivo del genere.

Tra gli invitati figuravano la prof.ssa e storica dell’arte Maria Teresa Benedetti, il poeta, scrittore e saggista Elio Pecora, la dott.ssa Paola Di Giammaria nota storica dell’arte romana, lo storico e critico d’arte prof. Marco Tonelli e numerosi personaggi del mondo dell’arte e della cultura nonché alcuni sponsor dell’evento tra i quali la Fondazione Catel e il Gruppo Barletta Gioberti Art Hotel.
L’organizzazione ha impiegato qualificate hostess e addetti alla sorveglianza, in funzione soprattutto degli spazi ristretti della Cripta.

La mostra si protrarrà fino al 22 Maggio in un susseguirsi di visite alla presenza del grande e giovane artista.

Così, tra gli altri, scrive di Jago Tommaso Zijno: «Nel Cinquecento Michelangelo teorizzava che per scultura è da intendersi solo quell’arte che si fa per forza del levare. Il Vasari, ad ulteriore conferma, affermava che la specificità della scultura consiste proprio nel fatto del levare il superfluo dalla materia per ridurre a forma di corpo ciò che nella mente dell’artista è altresì disegnata. A tale concezione neoplatonica, per cui l’idea della forma è contenuta dentro lo stesso blocco di pietra, si ricollega anche il lavoro di Jago che plasma la pietra, mostrandone l’essenza.
Come riporta lo stesso Jago, che fin da giovane ha frequentato i luoghi della Toscana in cui si muovevano i glandi artisti del passato, «mito è contenuto».
Nasce quindi da lui istinto di naturale emulazione il suo percorso artistico per poi evolversi a contatto con le influenze a lui contemporanee. Egli fa della pietra il suo soggetto (e non oggetto) prediletto, poiché essa, al contrario di altri medium, è in grado di raccontare una storia, costidendone le memorie…».

Così di lui aggiunge Maria Teresa Benedetti: «All’inizio Jago mi raccontava con entusiasmo di un percorso iniziatico, un viaggio alla ricerca di materiali poveri ma nobili, sui quali esplicare un corpo a corpo con una materia dura e misteriosa. I sassi levigati dal tempo, scarti della lavorazione del marmo delle cave Apuane, modellati dall’acqua e raccolti sul greto di un fiume, sono stati pazientemente penetrati dal giovane scultore, elaborati nella profondità di un’essenza che progressivamente si è arresa a un’esigenza creativa sempre più libera e audce.
II recupero e l’intervento su di un materiale salvato dall’autodistruzione, colto al culmine di un ritorno alla natura primaria, diviene scoperta di insperate prospettive, apre spazi conoscitivi, suggerisce l’individuazione di percorsi, è nutrimento e stimolo costante. Il sasso si identifica con l’operare dell’artista, anche se esiste autonomamente, testimone di natura, realtà, unità del cosmo».

E poi ancora scrive di Jago Marco Tonelli: «Avevo sentito parlare di Jacopo Cardillo. in arte Jago, da una collega di Accademia, che Jago aveva abbandonato qualche anno prima in seguito a diverbi con il docente di scultura.
Questo fatto mi aveva incuriosito: uno scultore che rivendica la propria libertà di artista lasciando l’Accademia di Belle Arti perché il suo docente gli impedisce di esprimersi. Brancusi aveva lasciato lo studio di Rodili sostenendo che all’ombra di un grande albero non cresce mai niente: presupponevo già una certa dose di genialità in Jago o di megalomania, entrambi doti necessarie per un artista che abbia valore e voglia imporlo o creda di averlo. Certo non c’era nei paraggi alcun Rodili, forse Jago non era Brancusi. ma tanto mi bastava.
Così, avendomi chiesto la collega una lettera di referenza per Jago in vista di un concorso di giovani artisti (che il nostro presunto Brancusi avrebbe puntualmente vinto), andai a trovarlo a studio, nel centro di Anagni. Fu una sorpresa al di là delle mie più rosee previsioni. Era di certo uno scultore, intendo dire uno che metteva le mani dentro la materia e per giunta dentro il marmo e la pietra.
Che le tagliava, le lisciava, le aggrediva, le finiva e le riavvolgeva come fossero tenera argilla… Jago mi appariva come uno scultore che usava le mani, la testa e capiva l’importanza della tecnologia come mezzo di conservazione della memoria».

A sua volta Paola Di Giammaria scrive: «Ho conosciuto Jacopo Cardillo e le sue opere grazie al Premio Catel. in particolare a due edizioni dedicate alla scultura, a cui lui ha partecipato e che mi hanno interessato come curatrice. L’ultima, svoltasi alle Scuderie Aldobrandini di Frascati nell’ottobre 2015. l’ha visto vincitore del primo premio con l’opera Containers. che viene esposta anche in occasione di questa mostra nella basilica romana dei Santi Apostoli. Nel Novembre scorso mi ha accolto nel suo studio ad Anagni, lontano dal frastuono romano, e da subito ho percepito che è stato lui a permettermi di avvicinarmi. Mi racconta della sua vita, delle sue esperienze, del suo essere scultore e musicista e sembra non lasciare nulla al caso. Non gli piace definirsi artista ma una persona che scolpisce la materia, quei sassi che cerca con cura quasi maniacale sulle rive di fiumi e Torrenti, il Tutto come fosse parte di un processo naturale. È molto giovane eppure mi sembra così padrone di sé e delle sue emozioni. Alla fine mi accorgo che non si racconta solo lui. anche io mi sto raccontando, come in una conversazione tra due amici. Con il suo tono di voce calmo e controllato mi ha “portato” ad essere me stessa senza che me ne accorgessi. E così sono le sue sculture. Opere pensate per il puro ed essenziale bisogno di creare, lontane dal desiderio di compiacere gli altri, ma che riguardano solo chi le osserva. Catturano lo sguardo. Questi sassi lavorati come fossero malleabili e morbidi sembrano diventare..».

La mostra si potrarrà visitare fino al 22 Maggio tutti i giorni compresi festivi con i seguenti orari:
9.00 – 12.00 e 16.00 – 19.00

Giuseppe De Decunnia

 

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