La libertà (o meno) di un’artista e scrittore. La filosofia dell’arte, tra estetiche contemporanee e significato della poetica

Nola FerramentaNola Ferramenta
Gli scrittori Aurelio Picca e Brunella-Schisa
Gli scrittori Aurelio Picca e Brunella Schisa

VERAMENTE è inutile ripetere che estetica e poetica non sono la stessa cosa. La prima è una teoria dell’arte, un programma a priori; la seconda scaturisce dalla lettura e dalla riflessione sull’opera singola.

Dalla filosofia dell’arte, alla filosofia in quell’opera d’arte, il passo è immenso.

Il limite di non pochi autori del Novecento, specie della seconda metà di cui siamo pallida appendice (mi riferisco al campo letterario), è stato quello di seguire supinamente il diktat di questa o quella moda estetica.

Mi spiego, e da qui dedurremo anche la libertà o meno di un artista.

Al tempo del Neorealismo, molti scrittori hanno aderito alle regole che imponevano dettami strettissimi, legati alla politica di risalita del momento, il marxismo, per cui gli autori (sempre o quasi dipendenti dal successo e quindi legati al carro che può procurarlo) affluivano in massa ubbidienti ai dettami (descrivere un Paese distrutto, un potere governativo inetto, la speranza nell’ideologia etc.): e ne erano compensati abbondantemente. Non si spiegherebbe il vasto (e ora rimpianto!) numero di emergenti nella fama delle lettere e del cinema (il quale ha dato il meglio del Neorealismo in quanto arte giovane, senza peso di millenni condizionanti), alcuni dei quali hanno gettato le fondamenta d’una più vasta estetica che non quella inquadrata di un Lukàcs o la tentata di un Togliatti: e mi riferisco a Pasolini, a Pavese, a Carlo Levi, a Ignazio Silone, a Primo Levi, a Fenoglio etc., i quali, però, sono stati messi a forza nella corrente di moda, perché pochissimi – oggi- resistono alla classificazione neorealista. Già in altri studi, vivente Domenico Rea, dimostrai l’estraneità di questo scrittore al Neorealismo, cosa che ho fatto anche in un recente saggio su Cesare Pavese. I maggiori sono fuori di ogni scuola, benché rientrino, per generalità non condizionante, in qualche estetica.

Poi si è andati “oltre” con le avanguardie, tipo “Gruppo 63”, che ricalcavano il peggio del Futurismo, corrente europea questa, motivata dalla volontà di inserimento della poesia nella logica borghese e nelle novità scientifico-tecnologiche come l’elettricità e la macchina.

Dallo Strutturalismo “& Company” in poi (che ha esasperato la pagina fino a toccare il gioco semantico assurdo e inespressivo, e ne è esempio sintomatico Gramigna con “Il testo del racconto”, 1975), si potrebbe andare avanti, per dimostrare come le mode del momento chiudano in un arco di tempo breve e datato le opere che si affidano alla rincorsa del successo perché in quel momento la critica letteraria vuole vedere realizzate le estetiche di turno. Accadde con il famoso Ermetismo, che significava tutto e nulla (Ungaretti si adirava se sentiva definirsi ermetico). Ora, se noi dovessimo chiarire a quale ‘estetica’ (si fa per dire) si ispirano le opere più famose dell’ultimo ventennio, dovremmo fermare l’attenzione almeno su due filoni non demarcati da un pensiero filosofico (oggi non c’è un Croce, non c’è un Gentile, non c’è un Maritain o un Feyerabend o un Bruno Fabi o un Franco Lombardi etc.), ma generalizzati da una specie di moda o meglio di mercato: il porno (volete le citazioni? Le sfumature di grigio, i cento colpi di spazzola etc.) e di nuovo la denuncia sociale (non al modo di Gomorra che punta su fatti attuali e veri), bensì su uno spallidito calco di “fascismo-antifascismo” basato non sui problemi più vasti del momento, bensì sul già risaputo ( e ciò, dopo i grandi che hanno parlato della propria tragica esperienza (ad esempio, e per segnacolo supremo, Antonio Gramsci, e poi Primo Levi, Carlo Levi, Natalia Ginzburg, Giorgio Bassani, lo stessa Domenico Rea in “Compagno di viaggio”, coraggiosa denuncia dei misfatti nel paradiso sovietico etc.).

Un politicismo scontato e una storiografia di ritorno, che paga, sia essa “Canale Mussolini” che i revisionismi di GianPaolo Pansa.

Ma in questi due filoni fortunatissimi, che poggiano su una stampa vetero-marxista (d’altronde la Democrazia Cristiana non ha una sua estetica, poiché si è stoltamente disinteressata della cosiddetta cultura), quando i problemi sociali varcano il nostro orizzonte per pianeti pericolosi quali il diffuso capitalismo anche nei paesi padri del comunismo (Russia e Cina) e l’indifferenza al male pure nelle democrazie (o plutocrazie?), se ne pone un terzo, che non ha spazi e talvolta è considerato nel termine di letteratura di evasione o “generica”. E a torto, in quanto le opere più riuscite e più probabili a varcare il tempo futuro, sono proprio quelle non inquadrabili in pseudo-estetiche.

E’ presto per catalogare in settori determinati le opere recentissime, anche perché se ne stampano talmente tante, che non è più possibile storicizzarne alcuna.
E mi pare che lo scavo nella profondità dell’animo sia desueta, proprio nell’era della psicanalisi e della psichiatria, quando uno scienziato del calibro di Giambattista Cassano scrive, rimettendo in discussione il Libero Arbitrio: “Nella realtà, più conosciamo i fini meccanismi e le diverse attività superiori del cervello e più dobbiamo restringere gli spazi della nostra libertà”, né la tensione religiosa tocca nel profondo (oh, nostalgia per i drammi interiori di un Dostoevskij perdutamente innamorato di Cristo, o le visioni altissime del “Pe Profundis” di Oscar Wilde, o il rivoluzionario “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini, e Bernanos ed anche “Il quinto Evangelio” di Pomilio etc.) , nonostante le folle immense a Piazza san Pietro. Così, si può parlare di poetiche, e catalogare gli autori uno per uno, senza la speranza di poterli inserire in una precisa formula estetica.

Ora, se ci si scosta dalla denuncia (scolastica come Lodi, Starnone, Bernardini etc.) o sociale (riporto il nome di Erri de Luca e di Saviano), rimane l’intimismo, soprattutto delle donne che narrano d’amore e di separazioni. Qui potremmo ammucchiare pseudo romanzi a veglia, dato che tutti scrivono, soprattutto i presenzialisti TV con grande successo di vendita dacché non conta più il nome ma il volto. Però è difficile il segnacolo di demarcazione. Le poetiche sono per lo più pettegolezzi su nomi famosi, autocelebrazioni, pianti su se stessi, invettive e accozzaglie di accadimenti e stili (es. “Venuto al mondo” della Mazzantini).

Anche la letteratura si sta adeguando ai modelli televisivi. Tuttavia, come in un terreno incolto in cui le erbacce prosperano, il contadino che ha l’occhio fine sa distinguere il verde commestibile da quello selvatico; così, se mi si chiedesse di segnalare due scrittori (a modo indicativo ed emblematico, s’intende) che oggi abbiano una poetica originale e realizzata organicamente in opera d’arte, non stenterei un attimo a dire che ho trovato la possibilità di discussione sui problemi ultimi della vita in alcuni libri di Aurelio Picca (“Tuttestelle”, “La schiuma”, “L’esame di maturità” e soprattutto “Sacro Cuore”, straordinaria prova lirico-narrativa) e in tre romanzi di Brunella Schisa, ove, in quest’ultima, fra le trame captive e la “polisemanticità stilistica”, si parla del problema della verità (“Dopo ogni abbandono”), del rapporto fra l’amore e l’arte (“La donna in nero”), dei nebulosi rapporti fra i membri di una famiglia e la difficoltà che le anime si parlino, ove né i ricordi né le emozioni fanno da diga al gran mare dell’essere che tutti ci sostiene e divora (“Il dono di Giulia”). Per Aurelio Picca indicherei anche la necessità di una sua rilettura, perché le sue pagine, che convincono in pieno per l’equilibrio strutturale e psicologico, non lasciano alcuna zona d’ombra al pensiero (basso profondo che regge l’orchestra di cento strumenti e coro).

Due autori di riferimento, Picca e Schisa, nel discorso riabilitativo – in questo caso – del romanzo (parola abusata in un tempo in cui il vero romanzo è forse morto), le cui opere potrebbero considerarsi segnacolo di uno spartiacque nel minato nostro confuso periodo storico. Insomma, voglio dire semplicemente: sono libri “belli”. Sembra una battuta banale, scontata, ma è invece la base da cui tornare a muoverci, specie oggi che un’opera vale soprattutto se risponde alla logica di mercato.

Ho la sensazione che la critica abbia dimenticato quella verità lapalissiana che, fra gli altri, ribadiva Emilio Cecchi: “La vitalità del romanzo è essenzialmente in ragione delle qualità artistiche”.

Aldo Onorati