Il Sindaco di Colleferro Pierluigi Sanna: «Il ponte Morandi è crollato e si faccia giustizia. Ma non possono crollare Morandi, la cultura del ’900 e l’architettura razionalista»

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COLLEFERRO – Riceviamo e pubblichiamo un testo scritto dal Sindaco di Colleferro a proposito del crollo del Ponte Morandi di Genova e dell’eco mediatica che ha avuto il tragico evento.

 

«Gentile Direttore,
chi Le scrive è il Sindaco della città italiana più legata in assoluto alla figura di Riccardo Morandi, Colleferro.

Sindaco di Colleferro Pierluigi SannaDopo oltre un mese dal tragico crollo del ponte di Genova, dopo il giusto silenzio dovuto al dolore lacerante per le perdite umane, dopo gli avvisi di garanzia, vorrei dire a tutto il Paese, magari anche all’Europa intera, alcune cose riguardo questo ingegnere italiano che qui per decenni in tanti hanno confuso col noto cantante, mentre nel resto del mondo veniva riconosciuto per il suo genio creativo.

Il suo nome, purtroppo è rimbalzato su social e stampa in maniera distorta in questi tristi giorni.

Colleferro è una città di fondazione particolare.
Nata nel ’35 non ha mai avuto una vocazione agricola, come le altre fondate dalla dittatura fascista nel resto della provincia di Roma ed in quella di Latina bensì quella di città fabbrica per eccellenza voluta e costruita dalla famosa Società B.P.D. dei senatori Giovanni Bombrini e Leopoldo Parodi Delfino; quest’ultimo che fu effettivamente il “padre” nel sentore comune della popolazione, chiamò per progettare ed edificare la città prima Michele Oddini (esponente del Liberty italiano) e poi proprio Riccardo Morandi il quale plasmò completamente Colleferro in un trentennio di lavoro che va dagli anni trenta agli anni sessanta.

È opera “morandiana” buona parte degli sconfinanti opifici industriali oggi in disuso, il Municipio, la Chiesa di Santa Barbara, il mercato coperto, l’ex Istituto Professionale, l’ex Orfanotrofio, gli alberghi aziendali, le case dei dirigenti, degli impiegati, degli operai, i convitti e dormitori, praticamente tutto. Naturalmente, l’importanza del genio, la novità assoluta del cemento armato normale e precompresso, la bellezza di tale e tanta architettura razionalista non fu mai presa nella giusta considerazione. Modifiche più o meno devastanti hanno trasformato irrimediabilmente in parte gli edifici, soprattutto quelli pubblici ma la sostanza, la pianta, le sue basi sono rimaste visibilissime.

Si dice che Morandi “fece” Colleferro e poi girò il mondo ed in parte è vero.
Da quando sono stato eletto sindaco, ventiseienne, tre anni fa, ho cercato di valorizzare quello che secondo noi è un patrimonio.
Abbiamo investito fondi e tempo in questa opera di valorizzazione che mi ha dato grande soddisfazioni al punto da conquistare con il progetto sul ’900 il titolo molto ambito di città della cultura Lazio 2018.
Una “città del Lavoro” come la mia oggi più che mai, vista l’oscurità del nostro presente, ha bisogno di recuperare la sua identità, di ritrovare le sue radici comuni come il “pioppo di Rebora” ed in questo noi stavamo e stiamo riuscendo.
Certo che il crollo del ponte genovese è stato un colpo al cuore e più che in ogni altro luogo d’Italia, a Colleferro risuonava nei bar funesta la frase “è crollato il Ponte Morandi” mentre attoniti si prendeva il caffè.
Faceva il suono della rottura dei cristalli quella frase.

La mia non vuole essere la difesa d’ufficio di Morandi, non ne avrebbe bisogno e non ne sarei all’altezza; nemmeno sostengo la tesi che Morandi non abbia potuto commettere degli errori.
Io dico che il modo con cui i social soprattutto, ma anche certa stampa, hanno descritto Morandi è stato profondamente ingiusto; troppo affamati nella ricerca di capri espiatori da dare in pasto a gente in attesa della gogna sanguinolenta alla quale viene abituata ogni giorno, essi hanno individuato un capro espiatorio semplice tra i tanti: già morto da anni quindi impossibilitato a difendersi, da sottoporre quindi a solo processo mediatico e non ad aule di Tribunale (proprio come il momento storico chiede: non importa se avvenga o meno un vero processo, importa che la gente lo percepisca e basta), abbastanza sconosciuto ai più, come tutti gli ingegneri ed architetti brillanti di questo Paese, perché nessuna voce altisonante si alzi per difenderne l’operato.

Mi sono impegnato per la mia città perché la amo, ma il mio amore per la politica è nato perché mai ho sopportato le ingiustizie e questa l’ho percepita come tale.
Ripeto: non deve essere un sindaco ventinovenne di una città della provincia a difendere Riccardo Morandi rispetto ai fatti di Genova ed alla storia.
Io dico però che in mezzo alle macerie ideali e valoriali di questo Paese, tra le quali la mia generazione deve crescere, vivere ed operare la costruzione della propria esistenza, non è giusto buttare sempre “il bambino con l’acqua sporca”.

Siamo una generazione con un presente complesso e difficile, a volte abbiamo in maniera sbagliata nostalgia di epoche e nomi che non abbiamo né vissuto né conosciuto ma abbiamo una maledetta necessità di radici,di identità, di buoni esempi che ci provengano anche da chi questo Stato lo ha costruito e ricostruito dopo il Secondo Conflitto Mondiale.

Non voglio sembrare banale ma per la prima volta dagli anni ’80, noi “ex bamboccioni” cerchiamo (nelle trincee intellettuali alle quali questo tempo ci ha assegnato) di scegliere come esempio non più il calciatore o la show girl ma gli intellettuali del passato di cui tanto avremmo bisogno per comprendere la società e trovare una via ai tempi nuovi che senz’altro stanno per giungere.

Il ponte Morandi è crollato e gli inquirenti veri, non quelli del web, faranno chiarezza e giustizia, ne sono certo.
Con esso però non può crollare Morandi, non può crollare la cultura del ’900, l’architettura razionalista, particolari metodi di costruzione, migliaia di opere pubbliche di questo Paese che non può e non vuole morire sotto le macerie sia che siano calcinose e tragiche sia sociali e culturali.

Noi siamo in mezzo al guado e lo sappiamo ma non vogliano tornare indietro poiché intuiamo che è nostro preciso dovere andare avanti e superare gli ostacoli. Sappiamo come si fa, lo abbiamo studiato, ce lo hanno insegnato uomini come Morandi, ci manca a volte solo l’occasione per mettere in pratica le nostre conoscenze teoriche. Da piccoli a scuola ci facevano piantare i fagioli nell’ovatta, li vedevamo germogliare e crescere ma solo fino a un certo punto perché ad essi mancava la terra per mettere buone radici.

Scegliere Morandi, o molti altri maestri del passato, ed inserirlo nel novero dei “mostri”, dei “capri” rispetto ai guai di questo presente significa seminare nell’ovatta, significa togliere alle radici la possibilità della madre terra, significa costruire sulla sabbia e non sulla roccia.

La mia generazione, la più umile rispetto ai propri genitori dal II Dopoguerra ad oggi, rivendica invece un nuovo diritto alla terra, fondamentale per il futuro, prospettiva per la quale vale di spendere la propria esistenza».

F.to Pierluigi Sanna, Sindaco di Colleferro

 

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