Il 4 Novembre, Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, è anche la giornata del doveroso ricordo del sacrificio dei nostri soldati caduti…

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IN OCCASIONE della Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate che si celebra oggi, 4 Novembre, ci piace pubblicare – e condividere – il testo di un approfondimento che ci ha inviato la dottoressa Valeria Dandini, già ospite gradita del nostro giornale in occasione della pubblicazione di un prezioso volumetto dal titolo “Breve storia delle epidemie”…

 

Cento anni fa, nel 1921, il Milite Ignoto è stato sepolto a Roma nel sacello dell’Altare della Patria.

Si premette che la Prima Guerra Mondiale (1915-1918) ha causato in Italia circa 650mila morti, moltissimi invalidi, anche per amputazione di arti a seguito di infezioni perché ancora non c’erano gli antibiotici, ed indicibili sofferenze per i soldati, costretti a vivere a lungo esposti alle intemperie, e per le famiglie in cui le donne, private del sostegno degli uomini, si sono dovute impegnare anche nei lavori dei campi, nelle industrie tessili e belliche, nella conduzione dei tram e soprattutto come infermiere nel prestare assistenza e conforto ai soldati feriti e ai moribondi.

A molti soldati deceduti e irriconoscibili non è stato possibile dare un nome.
Tra questi nel 1921 si individuarono 11 salme provenienti da varie parti del fronte e furono collocate nella Basilica di Aquileia.
Fu chiamata una donna, Maria Bergamas, il cui figlio Antonio caduto in combattimento non è stato mai identificato, che passò in rassegna le 11 bare.
Al termine di questa triste e dolorosa ricognizione, senza aver potuto identificare il proprio figlio, cadde svenuta.
Una delle 11 bare, quella sulla quale la donna aveva posto il suo velo nero, fu il feretro prescelto.
Questa bara fu posta su un affusto di cannone, a tutt’oggi visibile nel vicino museo del Risorgimento, e collocato su un vagone di un treno appositamente preparato.

Le altre salme furono tumulate nel cimitero di guerra di Aquileia, dove dopo qualche tempo fu inumata anche Maria Bergamas.
Il viaggio del treno iniziato ad Aquileia è proseguito lentamente lungo tutto lo stivale.
Si è fermato in quasi tutte le stazioni dove la gente commossa aveva atteso anche per ore il suo passaggio per rendere onore al Caduto.
In quasi tutte le famiglie c’erano stati soldati morti tragicamente, mariti o figli mai più tornati.
Venezia, Ferrara, Bologna, Firenze ed infine Roma.
Alla stazione Termini il feretro è stato accolto dal Re Vittorio Emanuele III, da tutte le rappresentanze delle vedove e delle madri dei caduti, dalle bandiere di tutti i reggimenti.

I solenni funerali furono celebrati nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, poi tra due ali di folla in ginocchio il feretro ha percorso via Nazionale e giunto a Piazza Venezia, alla presenza di un milione di persone in religioso silenzio è stato tumulato al Vittoriano.
Questo monumento equestre dedicato al Re Vittorio Emanuele II è diventato l’Altare della Patria.
Nella cripta dove il Milite è sepolto una fiamma perenne lo ricorda, le pareti e l’altare sono rivestite con marmi provenienti dal Carso e un soldato vi ha deposto un elmetto da fante.
L’Altare della Patria non vuole essere solo il ricordo di un soldato senza nome, ma con Lui si sono voluti onorare tutti i soldati caduti in guerra, nel monumento infatti sono ricordati anche i soldati caduti a Nassiriya.

Il 4 Novembre quindi è sia il giorno della festa delle Forze Armate, in ricordo della vittoriosa battaglia di Vittorio Veneto, ma è anche la giornata del doveroso ricordo del sacrificio dei nostri soldati caduti che dobbiamo tramandare alle generazioni future e a cui dobbiamo eterna riconoscenza.

 

“L’OBLIO È L’UNICO MALE DA TEMERE DAVVERO.”
(Giuseppe Ungaretti)
1918 – FINE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

“I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”

Con questa celebre frase il Generale Armando Diaz annunciò il 4 Novembre 1918 la fine della Prima Guerra Mondiale.

La guerra viene ricordata anche come la Grande Guerra, grande non solo perché ha visto il coinvolgimento di tutte le nazioni del mondo e per il gran numero di morti provocati, ma anche per l’introduzione di nuove armi belliche e per la produzione di una enorme produzione di opere d’arte in tutti i campi.


Le nuove armi

I primi aerei chiamati “macchine volanti” avevano le ali di tela e i primi motori a scoppio, e furono usati prima come ricognitori e poi come bombardieri nelle zone nemiche.
Le bombe a mano, anche se inventate già da diversi anni, subirono terribili variazioni e divennero armi micidiali per i soldati in trincea.

I carri armati, le “navi da terra”, disponevano di una torretta girevole armata di mitragliatrice, erano in grado di avanzare su diversi tipi di terreno e di superare anche le trincee.
Sui campi di battaglia comparvero anche gas altamente tossici (fosgene e yprite) in grado di provocare la morte per via respiratoria. I soldati furono dotati di rudimentali maschere antigas non sempre in grado di contrastare l’azione tossica.

A questa guerra dobbiamo anche alcune invenzioni attualmente ancora in uso.

L’orologio da polso: i soldati avevano necessità di conoscere l’ora esatta di attacco e di coordinamento tra le varie formazioni e contemporaneamente avere le mani libere per combattere.

La radio sugli aerei: prima di questa invenzione i piloti non potevano comunicare con le basi a terra e tra di loro.
Anche l’ora legale fu adottata per la prima volta per sfruttare al meglio la luce del giorno.

Per quanto riguarda l’arte, la letteratura italiana e mondiale sulla Prima Guerra è molto ricca, anche scrittori soldato hanno scritto pagine intense di umanità, di dolore per le esperienze vissute (Ungaretti, Lussu, Gadda ed altri).

Numerosi sono stati i pittori soldato che hanno dipinto in modo diverso scene di guerra.

La musica da sempre ha fatto parte della vita dei soldati. Cori malinconici servivano per raccontare le gesta dei compagni caduti, per la nostalgia dei propri cari in attesa del loro ritorno o per infondere coraggio prima della battaglia.
È il caso dei “Fratelli d’Italia”, meglio definito “il canto degli italiani”, composto nel 1847 da Goffredo Mameli, cantato da tutti e preferito perfino a quello che aveva composto Giuseppe Verdi per l’occasione.

Doveroso è anche ricordare i ragazzi del ’99.
Nell’ottobre del 1917, il Governo italiano aveva arruolato 300mila ragazzi del 1899 da impegnare nelle retrovie.
Nella disfatta di Caporetto le perdite di soldati fu notevole per cui questi ragazzi, alcuni dei quali non avevano neanche compiuto 18 anni, occuparono la prima linea con il compito di fronteggiare il nemico.

Pochissimi furono i sopravvissuti.

La poesia di Giuseppe Ungaretti, di seguito riportata, esprime al meglio i sentimenti di quel periodo.

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
È il mio cuore
Il paese più disastrato.

 

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