Cave. Marco Giacchetta non si suicidò. Riaperto il caso: omicidio volontario contro ignoti. La soddisfazione di mamma Elisabetta

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CAVE – Elisabetta Rocca – e forse anche la Giustizia – ha vinto la sua battaglia.

La madre dell’operatore ecologico 25enne Marco Giacchetta di Cave – trovato morto in un campo a Colle Palme il 21 Settembre del 2015, sgozzato con un collo di bottiglia – non si era mai rassegnata al fatto che per ben due volte la Procura di Tivoli che si occupò del caso lo rubricò come suicidio.

E ieri, 20 Luglio, è giunta la notizia che il Capo della Procura di Tivoli, dr. Francesco Menditto, ha riaperto il caso anche sulla base di una nuova perizia medico-legale sottoscritta dal professor Vittorio Fineschi – ordinario di Medicina Legale all’Università La Sapienza di Roma e responsabile dell’analogo reparto del Sant’Andrea di Roma.
In particolare nella perizia si legge che gli approfondimenti effettuati inducono a «rifiutare categoricamente l’ipotesi di un evento suicidario mentre esistono chiare evidenze, tra loro convergenti, a suffragio di una condotta omicidiaria, volontaria, da parte di terzi».

Come molti ricorderanno (dell’accaduto si occupò anche la trasmissione Rai “Chi l’ha visto?”) Marco Giacchetta scomparve il 16 Settembre del 2015. A segnalarne il mancato rientro a casa furono proprio i genitori. Il cadavere del giovane venne ritrovato dai cani molecolari dei Carabinieri il 21 Settembre.
Era morto per dissanguamento a seguito della recisione della carotide.
Sul corpo numerose ferite e sangue sui vestiti, sulle scarpe e sotto le suole, ma non anche sul terreno dov’è stato ritrovato.
Il collo di bottiglia con il quale è stato ucciso era a sette metri dal corpo senza vita del giovane e non c’erano sopra le impronte di Marco.

Tutti questi elementi aggiunti ad altri (testimonianze di una lite con degli amici, la volontà di cambiare auto per paura espressa nei giorni precedenti la morte, …), hanno confermato l’intima convinzione materna che Marco non si è suicidato.

«Siamo certi che mio figlio non si è suicidato ma è stato ucciso da una o più persone che sono ancora in libertà. Non lo dico io, ma gli elementi che, trascurati nel corso delle indagini iniziali, sono stati raccolti successivamente, avvalorati dalla perizia medico legale di un professore di comprovata fama. È per questo che, con l’avvocato Giuseppe Cinti, stiamo presentando richiesta di riapertura del caso, affinché si trovi la verità».
Parlava così la signora Elisabetta Rocca nei primi giorni del mese di marzo dello scorso anno quando si decise a chiedere la riapertura del caso a quella procura che per due volte lo aveva archiviato come suicidio.

Oggi si ricomincia da capo. Il fascicolo è contro ignoti per omicidio volontario.

«Per cinque anni – ha affermato mamma Elisabetta – ho vissuto un incubo nell’incubo, ma oggi ringrazio il capo della Procura per essersi reso conto che, in questa storia, ci sono troppe domande a cui nessuno ha mai dato risposta. La vicenda di mio figlio è stata trattata sulla base di pregiudizi che portavano a pensare che si trattasse di suicidio. Un castello di ipotesi infondate che finalmente sta crollando, fatti alla mano e grazie alle nuove testimonianze.
Sia chiaro. Non mi fermo fin quando non verrà fatta piena luce: voglio la verità! Sono passati 5 anni e non intendo fare la fine del papà di Serena Mollicone».

 

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