Colleferro. Sabato 2 Luglio al Teatro Vittorio Veneto “L’uomo che accarezza la roccia – Incontro con Pierluigi Bini” organizzato dalla locale Sezione Cai

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COLLEFERRO – Sabato 2 Luglio presso il Teatro Vittorio Veneto, il Cai (Club Alpino Italiano) Sezione di Colleferro – con il Patrocinio del Comune di Colleferro – ha organizzato un interessante meeting dal titolo “L’uomo che accarezza la roccia – Incontro con Pierluigi Bini”.

L’inizio dell’incontro è previsto alle ore 18,30, e dopo i saluti di benvenuto del Presidente Renzo Cellitti e del moderatore della serata Valerio Rossano, verrà proiettato il Docu-film “L’uomo che accarezza la roccia”, un cortometraggio che racconta la vita, i compagni di cordata e le imprese alpinistiche di Pierluigi Bini, con la regia di Stefano Ardito e Fabrizio Antonioli, con la produzione di David Ciferri e RRTrek, con la collaborazione di Luigi Tassi e il contributo del Cai – Gruppo Regionale Lazio, della Commissione Cinematografica Centrale del Cai e di Scarpa. (il trailer in apertura)

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Dopo la proiezione del film ci sarà un’intervista con l’alpinista Pierluigi Bini.

“L’uomo che accarezza la roccia – Incontro con Pierluigi Bini”
Sabato 2 Luglio ore 18,30 • Teatro Vittorio Veneto Colleferro • 

INGRESSO GRATUITO ED APERTO A TUTTI 

Pierluigi Bini, il profilo. [fonte: Montagna Tv]

Pierluigi Bini nasce nel 1959 a Pontedera, in Toscana, ma ben presto gli impegni di lavoro del padre portano la famiglia a trasferirsi nei sobborghi di Roma. Pierluigi cresce quindi nelle borgate, ben lontano dagli ambienti legati alla montagna e all’alpinismo. Però è un ragazzino curioso e assetato di avventura. Come tanti altri sogna i grandi spazi dell’Ovest americano, legge le storie dei pionieri e dei trappers e tutto ciò che ha a che fare con l’esplorazione e le imprese ai confini del mondo. È proprio inseguendo questi stimoli che, a 14 anni, sfogliando con gli amici un’enciclopedia, si imbatte nella voce “Alpinismo”.

Ancor più della definizione lo incantano le immagini: le figure di quegli uomini aggrappati a rocce verticali, centinaia di metri sopra i ghiacciai. Immediatamente, assieme agli amici, prova a imitare gli eroi visti in fotografia. Cominciano con maldestri tentativi di discesa in corda doppia, giù dalle scarpate al cui fondo corrono i binari del tram, e proseguono scavando con scalpello e martello appigli e appoggi nei piloni di cemento armato dei cavalcavia della Casilina. Visto l’entusiasmo dimostrato e dopo essere venuti a conoscenza dei suoi rocamboleschi approcci da autodidatta sulle pareti del Monte Morra, una delle storiche palestre nei pressi della Capitale, i genitori decidono di iscriverlo al corso roccia del CAI. È proprio in quell’occasione che Pierluigi conosce Rys’ Zaremba, un forte scalatore decisamente aperto alle novità. Anche Zaremba riconosce il talento del giovanissimo allievo e, dopo il corso, continua a scalare con lui, ripetendo alcune delle classiche impegnative del Gran Sasso.

È sempre lui a far scoprire a Pierluigi le Dolomiti: la prima via che percorrono assieme è la Del Torso al Ciavazes. Non è un itinerario difficile, ma il maestro e il suo giovanissimo allievo lo salgono entrambi completamente slegati. Pierluigi ha solo 15 anni! A partire da queste esperienze di formazione cominciano per Bini cinque anni di alpinismo “matto e disperatissimo”, durante i quali tutto il suo tempo e le sue energie sono completamente focalizzate sulla montagna, a scapito della carriera scolastica e anche delle normali relazioni sociali. In un momento di transizione e di crisi l’alpinismo diviene per lui una via di fuga da una realtà alla quale si sentiva estraneo. I risultati non si fanno attendere.

Grazie alla sua preparazione e alle Superga “che stanno appiccicate dappertutto” Pierluigi è fra i primi a prendere di mira le meravigliose placche di roccia compatta del Gran Sasso, dove rare sono le possibilità di chiodare e dove abilità in arrampicata libera, equilibrio e sangue freddo sono ingredienti essenziali per superare indenni le difficoltà. Nascono così itinerari divenuti mitici per gli scalatori del Centro Italia, come il Diedro di Mefisto sulla parete est del Corno Grande, le Placche di Manitù o la Via del Vecchiaccio. Quest’ultima è dedicata a Vito Plumari che in quegli anni diviene uno dei più fedeli compagni di avventura di Bini. Si conoscono a scuola, dove Vito fa il bidello e, inizialmente, Pierluigi e compagni lo coinvolgono nelle loro scorribande alpinistiche principalmente per il fatto che lui possiede patente e automobile.

Ben presto però i due divengono un team tanto improbabile quanto affiatato. Vito, infatti, è ormai anziano e le sue condizioni di salute sono tutt’altro che ottimali. Parla in continuazione, in una lingua tutta sua (un misto di italiano, siculo e romano) e agli attacchi delle vie arriva portandosi appresso tutto un armamentario di borse e borsine, da cui, fra le corde e i moschettoni, spuntano bottiglie di marsala e uova sode. Messi assieme sono esattamente l’antitesi dell’immagine classica e stereotipata dell’alpinista.

Uno che da subito li prende sul serio è Heinz Mariacher, un altro giovane che in quegli anni sta reinventando l’alpinismo e sta spingendo ai massimi livelli la scalata libera. È proprio la conoscenza di Mariacher a dare una svolta all’attività alpinistica di Bini. Si incontrano per la prima volata sulla via Micheluzzi al Ciavazes, dove Pierluigi sta salendo in cordata con il Vecchiaccio. Un altro compagno di Bini sulle salite più difficili è Alberto Campanile, di Mestre. Trascorrono assieme i mesi estivi, passando da una parete all’altra, spesso facendo la fame e dormendo nella famosa casa cantoniera abbandonata del passo sella, che in quel periodo diviene il rifugio di tanti ribelli dell’alpinismo dolomitico.

L’attività di Pierluigi e compagni è davvero seriale; assieme ripetono, spesso con tempi di salita strabilianti e spingendo al massimo l’arrampicata libera, molte delle vie più impegnative dell’epoca. Nonostante il loro approccio innovativo e apparentemente irriverente, il confronto e l’ammirazione verso i grandi dell’alpinismo che li hanno preceduti resta una delle motivazioni fondamentali. È però nella scalata solitaria, proprio a confronto con le vie dei grandi scalatori del passato, che Pierluigi trova la sua dimensione ideale, realizzando exploit che restano nella storia dell’alpinismo. Così nascono le solitarie della Via dei Fachiri alla Cima Scotoni, della Detassis al Croz dell’Altissimo, della Gogna alla parete Sud della Marmolada, della Via dei Polacchi alla Nordovest del Civetta, della Aste Navasa al Crozzon di Brenta, della Buhl al Ciavazes e della Soldà al Pordoi. Quest’ultima scalata Bini la realizza completamente slegato, senza alcuna attrezzatura alpinistica, tanto che all’uscita gli operatori della funivia, che di solito offrivano un passaggio gratuito agli scalatori, si rifiutano di imbarcarlo, non credendo che qualcuno avesse potuto venire su dalla Soldà con indosso solo una tuta e un paio di scarpe da ginnastica. Un’altra avventura dove non manca una nota di umorismo è quella della discesa solitaria dalla Graffer al Campanile Basso di Brenta, che Bini realizza “a vista”, senza mai aver percorso la via neppure in salita.

Gli orizzonti del giovane talento romano vanno anche oltre i Monti Pallidi e arrivano fino in Africa, dove, nel 1979, partecipa ad un’avventurosa spedizione esplorativa fra le montagne dell’Hoggar assieme ad Almo Giambisi e Heinz Mariacher, e poi alla Yosemite, la patria del nuovo alpinismo. Quest’ultima avventura, però, arriva fuori tempo. Dalla mitica valle californiana Bini rientra in anticipo sul previsto, praticamente senza aver fatto neppure una scalata. Qualcosa è cambiato definitivamente nel suo rapporto con la montagna. Il suo alpinismo totalizzante è ormai giunto al termine. Arrivato alla soglia dei 20 anni sente il richiamo di una vita più “normale”: un lavoro, una ragazza, una casa. Fine della sua storia fra le pareti dunque? Assolutamente no! Dopo una pausa di qualche anno Bini riprende ad arrampicare e tutt’ora si mantiene in forma perfetta e, ogni tanto, si concede qualche bella avventura solitaria. Stando a quello che dice lui il sacro fuoco di un tempo è ormai sopito, ma chi lo conosce sa che la fiamma è sempre pronta a riaccendersi, come è accaduto qualche tempo fa, quando è tornato in azione al Monte Morra, superando il suo record giovanile e portando i metri di scalata solitaria a oltre 4000 in un solo giorno!

Le principali salite

  • Via dei Fachiri (Cima Scotoni) prima solitaria
  • Via Gogna Giambisi ( Punta Rocca parete Sud Marmolada) prima solitaria
  • Via dei Polacchi (Pan di Zucchero Civetta parete Nord Ovest) prima solitaria
  • Via Graffer ( Campanile Basso di Brenta) prima discesa solitaria
  • Via Aste Navasa (Crozzon di Brenta) prima solitaria
  • Diedro Oggioni (Brenta Alta) prima solitaria
  • Via Detassis ( Croz dell’Altissimo) seconda solitaria in due ore
  • Via Laritti Giongo Rainis ( Croz Dell’Altissimo) prima ripetizione
  • Diedro Bhull (Piz ciavazes) prima solitaria
  • Via Reali (Piz Ciavazes) prima solitaria e discesa dallo spigolo Abram prima discesa solitaria
  • Via Soldà ( Sass Pordoi ) prima solitaria
  • Via Philipp flamm (parete Nord Ovest Civetta) in 8 ore 1977 con Alberto Campanile.
  • Sul Gran Sasso parecchie vie da solo in salita e in discesa fra cui la via Rosy al Monolito in discesa solitaria.
  • Le più importanti prime salite sul Gran Sasso: Via Del Vecchiaccio , Diedro di Mefisto, Via Stefano Tribioli, Placche di Manitù, Placche del Totem.
  • Nel massiccio dell’Hoggar (Sahara): Via degli Spagnoli ( Garet el Djenoun ) con Almo Giambisi, Heinz Mariacher e Luisa Iovane .