6 Settembre 2026
Città Metropolitana di Roma

Colleferro. Numerosi concittadini hanno partecipato alla fiaccolata in memoria di Joanna Szyzskowska Rouissi

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COLLEFERRO – Erano forse cinquecento le persone che hanno partecipato – nella serata di ieri, 26 Agosto, a Colleferro – alla fiaccolata in memoria di Joanna Szyzskowska Rouissi uccisa a coltellate il 18 Agosto scorso dal marito.

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I cittadini che hanno voluto partecipare si sono riuniti intorno alle 20,30 in Largo San Francesco, davanti l’Ufficio postale centrale, dove sono state distribuite le fiaccole e si è costituito il corteo. Tra loro – oltre al Sindaco di Colleferro Giulio calamita e al Vicesindaco Metropolitano Pierluigi Sanna – c’erano anche diversi amministratori locali e rappresentanti politici dei Comuni limitrofi.

Poco dopo le 21 il corteo si è avviato preceduto da un’auto della protezione civile e una della Polizia di Stato che ha curato l’ordine pubblico con la collaborazione delle Polizie Locali Metropolitana e Comunale e per la gestione del traffico anche dei volontari della Protezione Civile, della Croce Rossa e dell’Associazione Carabinieri.

Le fiaccole hanno percorso Via XXV Aprile, Corso Turati, Piazza Aldo Moro e Corso Garibaldi fin davanti la Rsa “Regina Pacis” presso la quale Joanna lavorava.
Qui il corteo si è fermato per qualche minuto e per essere ricordata anche dai colleghi, davanti alla struttura disseminata di lumini, con applauso generalizzato…

Farmacia Comunale Colleferro ScaloFarmacia Comunale Colleferro Scalo

Il corteo ha poi proseguito fino a Piazza Mazzini dove il Sindaco Giulio Calamita ha preso la parola, cedendola subito ad Antonella, un’amica di Joanna, che ne ha ricordato l’integrità, la fierezza e la generosità…

Poi lo stesso Sindaco Calamita ha dato lettura ad alcune considerazioni che pubblichiamo di seguito.

«L’Agosto Colleferrino di solito passa in maniera tranquilla.
La città si svuota, le aziende iniziano ad andare in ferie e al massimo abbiamo a che fare con qualche incendio. Quest’anno siamo stati particolarmente sfortunati.

C’è stato un grave incidente sul lavoro che ha colpito un padre di famiglia, un esplosione in fabbrica (che ci ha spaventato molto ma senza conseguenze) e poi quello che mai avremmo voluto affrontare.
Il 18 agosto, ancora frastornati, siamo dovuti correre tutti a pochi passi da qui.
Su a Colle Sant’Antonino, un quartiere tranquillo. Siamo arrivati li inermi. Non potevamo fare più nulla se non assistere i poliziotti presenti sul posto. Cercare di raccogliere le prime informazioni, capire chi fosse la nostra concittadina vittima di femminicidio.
Un crimine che non si verificava da generazioni. Ci dicevano che l’ultimo era avvenuto allo scalo negli anni ’70.
In quei primi momenti si fa fatica anche a pensare. Mi veniva in mente che poche ore prima avevo sentito ai notiziari che c’erano diversi femminicidi e mi sembrava surreale essere li in quel momento. Davanti alla stessa drammatica scena avvenuta ben 6 volte nei precedenti 4 giorni.
Sei volte in quattro giorni!
Cinquantadue d a inizio anno.
Cinquantadue vite spezzate da inizio anno sono un numero enorme.
Inaccettabile. Cinquantadue storie diverse con lo stesso tragico destino.

Li per li vorresti entrare dentro casa. Vorresti cercare di capire cosa poter fare. Se c’è qualche familiare da aiutare. Ma ovviamente siamo amministratori della città e neanche il Sindaco può superare determinati confini.
Ci siamo trovati fuori casa con una delle figlie di Joanna e una sua amica.
Quasi per caso.
Cosa si dice in questi casi? Si può offrire dell’acqua. Chiedere se si preferisce una sedia invece che il ciglio di una porta per sedersi.

E poi una richiesta, che denotava la consapevolezza di quello che stava per accadere: Non vogliamo parlare con i giornalisti.
Mi rivenne in mente all’improvviso la vicenda di Willy.
Come fummo rappresentati, ingiustamente, in tutta Italia. Ma soprattutto che cosa avesse significato soprattutto per Lucia essere continuamente di fronte ad una telecamera. Anche quando proprio non voleva.
Capi che quella era una richiesta essenziale e promisi che con i giornalisti ci avremmo parlato noi. Devo chiedere scusa a tutti i cronisti che ringrazio per il lavoro che svolgono e che in quelle ore hanno ricevuto il minimo indispensabile delle dichiarazioni e diversi no.
Una promessa in certi casi non la tradisci per nulla al mondo.
Abbiamo evitato che ci si avvicinasse alla casa dove quei ragazzi stavano realizzando cosa fosse successo. Cercando di capire come affrontare i momenti successivi. Abbiamo fatto da filtro. Per quanto mi riguarda quando mi hanno chiesto di dire cosa ci siamo detti con i familiari ho considerato anche quello uno sconfinamento e me lo sono tenuto per me.

Non è stata cattiveria.
I giornalisti per noi sono importantissimi ed è giusto che parlino di quello che ci succede intorno.
Il mio, il nostro, è stato un gesto di gentilezza, doveroso, verso dei ragazzi nostri coetanei che stavano soffrendo la perdita della madre.
Se vorranno parlare, un giorno, decideranno loro come farlo.
Dovevamo attivarci subito. Dare assistenza immediata.
Capire quali fragilità avevamo davanti.

Voglio ringraziare per la diligenza e la dedizione tutti i nostri uffici, i collaboratori e soprattutto i servizi sociali del nostro comune.
Ragazzi vi abbiamo dato tutto quello che potevamo in quel momento.

Non sarà mai abbastanza ma è uscito dal cuore grande della nostra città, fatto non solo di istituzioni e di persone che ci lavorano e ma anche semplici cittadini che di fronte questa notizia hanno cercato di capire cosa potessero fare.

Tutte le persone che sono qui stasera magari non conoscevano Joanna.
Non conoscevano sicuramente le altre 52. Ma sono qui.

Sono qui perché credo abbiano chiaro un principio che quando facciamo i matrimoni ci capita di leggere nell’art. 144 del codice civile che recita così:

I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato.

Questo articolo più lo leggo e più mi fa riflettere sul fatto che dobbiamo necessariamente trovare sempre un punto di incontro.
Che a volte è fatto di comprensione, rinunce, sacrifici, con un obiettivo: quello di rendere le nostre famiglie un luogo sicuro, sano, vivo.
Non sempre è così. Non tutti i casi di dissidio in casa sfociano nella violenza,
ma a volte capita.
Ecco è proprio quello uno dei rammarichi più grandi che potremo avere in questi casi.

Capire cosa avremmo potuto fare.
Nella maggior parte dei casi non serve trasformarsi in supereroi. Non serve sfondare una porta per salvare una persona.
Occorre solo avere un minimo di cura per il nostro vicino, per la famiglia a fianco, quello che vediamo tutti i giorni e quello che non sappiamo neanche come si chiama.

Una chiamata ai numeri di emergenza, ai servizi sociali, una segnalazione anonima possono salvare delle vite.
Possono attivare l e persone c h e nei servizi preposti svolgono un lavoro incredibile. Spesso sotto traccia, salvando vite senza fare notizia.
L’appello che faccio è quello di parlare tra di voi e con chi non è qui oggi.

Dirvi che una strada alternativa a condizioni come quelle che vivono troppe donne nel nostro paese esiste. E spesso può dipendere da noi.
Chiediamoci cosa sono e dove sono i centri antiviolenza, gli sportelli di ascolto, i consultori (che dobbiamo difendere come servizi essenziali).

Ai figli di Joanna, che non conoscevo, dico: siate forti. Lo vedo che lo siete e in voi vedo tanto della descrizione che mi hanno fatto di vostra madre.

Ci saremo insieme a tutte queste persone per tutto il tempo che sarà necessario. Per tutto il lavoro che ci sarà da fare.

Nessuno ha il potere di tornare indietro nel tempo. Ma avremo la capacità di andare avanti. Ancor più determinati a stringere le maglie della nostra comunità affinché il principale pensiero che debbano avere donne come Joanna sia quello di regalare un sorriso alle persone a cui vogliono bene».

(fotoservizio in collaborazione con Eledina Lorenzon)

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