18 Settembre 2026
Città Metropolitana di Roma

Colleferro. “A Mirror – Spettacolo falso e non autorizzato”. Metateatro di alto livello ad alta tensione e ben interpretato. Meccanismi narrativi a volte prevedibili e ritmo (s)coinvolgente

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COLLEFERRO – Una commedia-thriller importata dal mondo anglosassone con una rivisitazione originale, esilarante ma non esageratamente, in uso “legittimo” di termini volgari, al limite del censurabile in barba a un Ministero della Cultura di un fantomatico Stato non meglio identificato, ma dal sapore nemmeno troppo vagamente nazista.

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È stato questo “A Mirror – Spettacolo falso e non autorizzato” andato in scena nel tardo pomeriggio di Domenica 8 Febbraio nell’ambito della Stagione 2025-26 del Teatro Vittorio Veneto di Colleferro.

L’originale inglese, “A Mirror – This play is a lie” della drammaturga Sam Holcroft, ha ottenuto un enorme successo. Non altrettanto è accaduto per la pur buona rivisitazione italiana.
Nonostante l’alto livello del cast (Ninni Bruschetta, Claudio “Greg” Gregori, Fabrizio Colica, Paola Michelini e Gianluca Musiu) e il sorprendente adattamento di Giancarlo Nicoletti, in collaborazione con Giuditta Vasile, il pubblico italiano evidentemente non ha colto appieno – forse perché privo e talvolta riluttante nei confronti dello humor anglosassone – la forza di alcuni dialoghi, le “sliding-doors” tra una scena e l’altra che celebrano l’arte del meta-teatro a doppio senso, ma non con la cultura più vicina alla nostra intelligibilità che richiama, per esempio, a Pirandello…

Fin dall’inizio dello spettacolo lo spettatore si trova a essere invitato a un matrimonio al quale si può partecipare solo avendo a portata di mano i documenti da mostrare eventualmente a due agenti dall’aria da Gestapo in agguato. Il matrimonio però è finto e si celebra solo per coprire un gruppo di attori ribelli decisi a portare il proprio spettacolo fino alla fine.
Non è importante quale sia realmente il copione, anche perché, nella commedia che si recita fuori dal matrimonio, un autore intende sottoporre all’attenzione del Ministero della Cultura (ufficio delle censure) un copione nel quale si racconta ciò che accade nel momento stesso in cui lo si presenta…
Il teatro, nel teatro, nel teatro…

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Affrontando temi come la libertà di parola (e di parolaccia), l’autoritarismo e la censura, “A Mirror” è un thriller dark in cui nulla è come sembra e che chiede al pubblico di essere continuamente parte attiva della messinscena, salvo poi coinvolgerlo realmente solo all’inizio dello spettacolo, quando viene fatto alzare in piedi all’ingresso degli sposi, attori del finto matrimonio.

Una sliding-door, o se si preferisce, un cavallo impazzito, sul quale lo spettatore viene fatto sedere e viene costretto a galoppare con un ritmo incostante.
I dialoghi solo in parte riescono a rendere l’idea del “proibito” come la cosa giusta, perché anch’essa intrisa di un turpiloquio che trova giustificazione solo nella sua stessa stigmatizzazione…

Sul palco le scene, a cura di Alessandro Chiti, delineano uno spazio capace di passare rapidamente da un ufficio ministeriale, alla sala per matrimoni, con cambi di scena fluidi e ambientazioni gradevoli.

E in questo spazio un giovane autore, Adem Nariman (Fabrizio Colica), ex ufficiale ora meccanico, vuole realizzare il sogno di diventare drammaturgo, presentando un copione…
È introdotto da un’ex soldatessa, Mei (Paola Michelini) – che nel “regime” è stata convertita in impiegata – dal Direttore Generale Celik (Ninni Bruschetta), deputato ad approvare il testo.
Questi gli prospetta, di settimana in settimana, con fare via via più dispotico, le vie obbligate per avviare una carriera come quella dell’autore più popolare e idolatrato.

Ninni Bruschetta costruisce un personaggio di potere credibile, fortemente ambiguo.
È semplicemente strepitoso nel tenere alto il senso ironico e al contempo drammatico della narrazione.
Instancabile, preciso come un metronomo, ipnotico e geniale nella sua interpretazione.

Fabrizio Colica e Paola Michelini sono due rivelazioni sul palcoscenico: puntuali, disinvolti. Divertenti e intensi senza mai scadere in ammiccamenti o facili cliché.

E poi c’è Bax, l’autore affermato, quello più popolare e idolatrato, quello che passa la censura…
Quello interpretato da Claudio “Greg” Gregori.
La sua comparsa in scena, quasi in sottofondo, diventa un crescendo di partecipazione e comicità fino al culmine della rivelazione al pubblico nel suo aspetto più totalizzante.
A lui il compito di lanciare la sfida, oggi ancor più tristemente attuale, del non piegare l’arte a nessuna ricetta politica.
“Greg” sta in equilibrio con bravura sul registro grottesco, sfruttando la propria cifra comica per restituire un personaggio volutamente sopra le righe.
Un personaggio che, da ubriaco, risulta essere il più saggio e profondo di tutti.

L’impianto scenico e la regia funzionano in modo ben calibrato.
Solo il meccanismo narrativo risulta a volte prevedibile, affievolendo il coinvolgimento riguardo agli sviluppi che avvengono nelle quasi due ore di spettacolo.
I colpi di scena in alcuni momenti risultano reiterativi, con qualche difficoltà di gestione del ritmo.

È nel finale – pur di per sé straniante – che si trova… pace.
Qui si chiarisce il gioco degli specchi e la natura dei ruoli dei personaggi.
Qui si capisce “chi è chi”, e che rappresentazione si stia guardando.

Questa – che è forse la parte più difficile dello spettacolo – è stata affidata a Gianluca Musiu (il vero signor Celik): il finale che ricompone e scompone al tempo stesso tutta la drammaturgia fino all’ultimo portata in scena.

Le scene di Alessandro Chiti, i costumi di Giulia Pagliarulo e le luci di Sofia Xella, ben coadiuvate dalle musiche originali di Mario Incudine rivelano una messinscena sobria, essenziale ma di buon livello che, senza inutili orpelli, rende lo spettacolo comunque godibile.

Giulio Iannone

 

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