Dopo oltre mezzo secolo s’incontrano gli amici delle scuole elementari nel segno della “Colleferrinità”, un male incurabile
COLLEFERRO (RM) – Dopo oltre mezzo secolo s’incontrano gli amici delle scuole elementari nel segno della “Colleferrinità”…

Quando si è vissuti in questo paese tanto vituperato da uni, tanto amato da altri ci si ammala di “Colleferrinità!” Da questo “morbo” non è stato reso immune nemmeno il medico Luigi Malluzzo che ha frequentato negli anni ‘50 le scuole elementari di Colleferro con la mitica maestra Aurelia Furlan e che con rimpianto, per esigenze personali, ha lasciato per trasferirsi in quel di Reggio Calabria nel lontano 1961.
Sempre con il nostro paese nel cuore, dopo tanti anni per mezzo di facebook costui pubblica una vecchia foto della prima elementare e subito altri compagni di scuola di allora si riconoscono. Immediatamente si stabilisce un contatto:«Sarebbe molto bello rivedersi visto che torno a Roma per un matrimonio» propone Luigi dopo le telefonate con alcuni dei suoi vecchi e mai dimenticati amici parlando ancora con i tipico accento colleferrino. Il suo è un ricordo impressionabilmente indelebile del periodo trascorso a Colleferro.
«…Ora sono in pensione – dice Luigi – ma ancora esercito la professione di medico di famiglia e, siccome ritengo che anche voi siate in pensione, potremo vederci ancora anche se il tempo che ho a disposizione è limitato perchè arrivo alle 13,30 a Fiumicino Venerdì prossimo…».
Certo non tutti sono immediatamente raggiungibili o contattabili, tuttavia inizia subito la ricerca da parte dei suoi molti amici per verificare ogni disponibilità di chi gradisce partecipare, dato il tempo limitato a disposizione, soltanto per prendere, magari, un caffè insieme.
Orbene sono passati ben 57 anni da quella foto di gruppo ove molti non si riconosceranno nemmeno e magari non avranno voglia di partecipare a queste rievocazioni; è il grande dubbio ma, sorprendentemente la “Colleferrinità” è endemica ed ognuno di quei baldi giovincelli di allora, aderisce spontaneamente con grande entusiasmo.
Permetteteci ora di ribadire quell’entusiasmo che i nostri padri più sfortunati di noi hanno trasmesso alla generazione a cui facciamo riferimento, forse più fortunata di quella di ora… Per guadagnare tempo qualcuno preleva Luigi all’aeroporto per condurlo ancora una volta nella sua Colleferro per una spensierata rimpatriata con i vecchi, cari, indimenticati amici. Ecco quindi che un piccolissimo sogno si concretizza ed un gruppo di sempre verdi (nella testa e magari senza capelli) si ritrova ad abbracciare un giovane “lontano” ma rimasto nel cuore sempre un colleferrino doc!
Bruno Sopino
Colleferrinità…

La colleferrinità, o sindrome di Colleferro, è una patologia rara che colpisce solo soggetti cresciuti appunto a Colleferro e poi allontanatisi, non volontariamente, quando erano ancora adolescenti.
L’eziopatogenesi della sindrome va ricercata nella qualità della vita dei ragazzi a Colleferro.
Per comprendere cosa comporta essere affetti da tale patologia è d’obbligo una premessa, che consenta di capirlo sia a chi è sempre vissuto li e sia a chi non c’è mai stato.
Colleferro nasce come importante polo industriale negli anni ’30 e raccoglie, nelle sue prime case popolari, gente di ogni regione d’Italia in cerca di lavoro.
Naturalmente ogni famiglia, sia che provenga dal Nord che dal Sud o dal Centro, ha tra i suoi componenti alcuni ragazzi che, nelle terre di origine, giocavano con i tradizionali giochi del luogo.
Ebbene ogni ragazzo, giunto in questo nuovo paese, importa le sue abitudini nel giocare e le condivide con i nuovi compagni nella sua nuova terra.
E Colleferro diventa così, per i ragazzi, il luogo dove vengono praticati tutti i giochi caratteristici di ogni regione d’Italia.
Ogni stagione, ogni mese, ha i suoi passatempi e le strade, le piazze ed i tanto amati “portici” sono sempre invasi da frotte di ragazzi che, con serenità ed allegria, condividono le ore in questo meraviglioso parco giochi che è diventata Colleferro.
Nell’andare ad abitare altrove, il ragazzo si trova ad affrontare nuove realtà nelle quali mancano quasi totalmente le decine di giochi che era solito vivere quotidianamente, e si ritrova a vivere in modo banale le vestigia degli elaborati divertimenti che faceva a Colleferro. Per tale motivo, chi vi è sempre vissuto non può rendersi conto dell’immensa fortuna che gli è capitata, così come non può saperlo chi non c’è mai stato.
La nostalgia dei pomeriggi passati a giocare, ad esempio, con i coralli, con le figurine, con la lizza, con la campana, con la corda, con i tappetti, con le barrozze, con i pattini, con le biciclette, con le cannucce ed i cartoccetti, ad “uno monta”, a “girolamo”, a scaricabarile, e poi le battaglie tra bande con gli archi e le spade fatti con gli arbusti presi lungo il fiume Sacco e le infinite varianti di ciascuno di questi giochi… beh questa nostalgia è alla base della sindrome di Colleferro che, giorno dopo giorno, si insinua nella mente di chi è stato allontanato da adolescente da questo paradiso dei ragazzi. Il soggetto affetto dalla patologia in questione, sempre più spesso, si ritrova a pensare a come sarebbe stata la sua vita insieme ai compagni della sua infanzia felice e, nella sua mente, i fantasmi dei suoi amici di un tempo si avvicendano per fargli compagnia nei momenti in cui la sintomatologia si acuisce ed il rimpianto è più forte.
Ed i ricordi, facilitati da una foto dove si ritrovano molti dei suoi compagni, una foto conservata gelosamente tra le cose più care, fanno si che la malattia non receda, ed anzi, si aggravi sempre di più… Ma c’è da dire che la nostalgia, scatenata da tale sindrome, non è vissuta in modo negativo, anzi è sempre utilizzata per ritrovarsi con se stesso, nei momenti tristi della vita e superarli con la consapevolezza di essere stato, di aver vissuto, nel posto più bello del mondo. E poi ci sono sempre quei fugaci passaggi, durante i viaggi, in cui passando davanti al casello dell’autostrada e vedendo la scritta Colleferro non puoi fare a meno di fare una deviazione, entrare in paese e percorrere le strade della tua infanzia che hai come l’impressione di vedere rimpicciolite rispetto al tuo ricordo di bambino. Ed ancora per tentare una cura radicale che possa sostituire la nostalgia con il vivere adesso, utilizzare quella meraviglia di facebook, contattare dopo oltre cinquant’anni uno dei fantasmi della foto ed, a poco a poco, vederli materializzarsi quasi tutti a circondarti per cancellare in un colpo il tempo trascorso dal momento in cui fu scattata quella foto. Certo il tuo cuore è gonfio di tristezza per la mancanza del tuo amico più caro, Roberto, che sempre hai ricordato ogni volta che venivi assalito dal riacutizzarsi della sindrome.
Ma poi hai la sensazione che, da dove si trova ora, anche lui partecipi all’abbraccio di tutti e, tra un sorriso e qualche lacrima di commozione, vivi con serenità e gioia l’incontro con la banda Furlan in memoria della nostra mitica cara maestra.
Luigi Malluzzo












