20 Marzo 2026
Città Metropolitana di Roma

Una famiglia di Colleferro in vacanza ad Abu Dhabi era al mare mentre scoppiava la guerra. Il racconto di un incubo che risuona ancora…

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COLLEFERRO (Gisa Messina) – Mentre a ridosso del Golfo di Hormuz, in Medio Oriente, la guerra ormai impazza, abbiamo avuto l’opportunità di farci raccontare – dalla viva voce di una signora di Colleferro – di come la piacevole vacanza con la sua famiglia si è improvvisamente trasformata in un incubo che stenta ancora oggi a terminare del tutto…

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È rientrata da una settimana da Abu Dhabi con la sua famiglia composta da quattro persone, lei, il marito e due figli.
E una settimana è stato il tempo necessario per riprendersi e predisporsi a incontrarci e a raccontarci la sua storia.

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Gli Emirati Arabi sono una confederazione di 7 piccoli stati che da oltre 50 anni si sono trasformati da “Stati della Tregua” in un unico stato sovrano, gli Emirati Arabi appunto, nei quali vivono circa 30mila italiani.

Dopo una serie di scambi di telefonate, finalmente incontro di persona la signora X.
Appena mi vede mi abbraccia forte, la prima cosa che mi dice è «Grazie!». È contenta di rilasciare l’ “intervista”.

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E inizia subito col dire che quello che doveva essere un viaggio di assoluto piacere, per staccare la spina, si è trasformato nell’incubo peggiore che si possa vivere.
«Dovevano essere giorni di assoluto relax», dice.
Invece sono rimasti in modo coatto quattro giorni in più. I più brutti della loro vita.

Nel momento esatto in cui gli Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran, loro sono sotto l’ombrellone in una spiaggia paradisiaca, ospiti di una struttura meravigliosa.
«Il cielo terso viene turbato da un boato… – descrive – come un tuono e una lunga scia di fumo bianco è quella che appare sulle nostre teste…».

La spiaggia è assalita dal panico, intorno è il caos. Loro non sanno ancora, non possono immaginare. Inizia il fuggi fuggi.
Urla, scene di isterismi vari…
Intanto si sente un secondo e assordante botto.

Sul telefono iniziano le notifiche sugli attacchi missilistici. I vacanzieri sono invitati a tornare immediatamente negli alberghi. Non devono uscire. Giunge anche la notizia del blocco aereo.
È panico. Sono bloccati ad Abu Dhabi. Questa diventa la cruda realtà.

Sul telefono arrivavano continui avvisi sonori, vere e proprie sirene digitali, che segnalavano il rischio imminente di missili.
«Si immagini tutti i telefoni assieme… – dice la donna – che suonano con le sirene. Me le sento ancora nelle orecchie.

Forse le sentirò ancora. Forse le sentirò per sempre…».

Durante questi avvisi erano obbligati a restare in camera. In qualche albergo si scendeva giù nei bunker. Ma nel loro non c’era, e così restavano chiusi in camera. Nelle strutture la vita doveva continuare, servizi vari, extra… i bambini non dovevano risentirne.

Incrocio lo sguardo della signora. Non posso non immedesimarmi nei terribili giorni che deve aver vissuto, cercando sempre di essere forte per i suoi figli. Penso a quanto abbia dovuto trasmettere loro una serenità che invece si sbriciolava ogni attimo di più.

«Il personale della struttura ricettiva è stato impeccabile – dice – . Sempre! Anche durante i momenti in cui le sirene suonavano e tutto intorno si respirava solo terrore.
Non hanno mai trasmesso paura, né panico. Mai…».

Davanti a questa situazione, una volta che ci si è disperati abbastanza, si deve reagire, per forza. Lo si deve fare soprattutto per i bambini.

Arriva il momento di fare squadra. Conoscono altri italiani e iniziano a studiare cosa fare.
Anche perché dopo il terzo giorno di panico e terrore, in cui i vetri delle camere d’albergo continuavano a tremare per tutta la notte, decidono di organizzarsi per andar via da lì. Al più presto.

La Farnesina e la stessa ambasciata non danno notizie sicure. Non si sono ancora organizzate per fronteggiare l’emergenza.
Lo capiscono. Allora decidono di organizzarsi in autonomia senza aspettare oltre.
Creano una squadra… cercano contatti e con il passaparola arrivano “a una specie di agenzia” dell‘Oman.

È lì che vogliono arrivare per allontanarsi da Abu Dhabi e da Dubai, al più presto. Città che nel frattempo iniziano a essere nel mirino dei missili iraniani.

Il giorno dopo un pullmino arriva dall’Oman vi si stipano dentro e riescono a partire in 9: la famiglia della donna e altre 5 persone. Un trasporto da 300 euro, 7 ore di viaggio, 500 km da fare.

Saranno costretti a scendere dal mezzo tre volte, per i vari controlli. A ogni fermata non sanno mai se riprenderanno il viaggio in sicurezza.
Tutto con le proprie forze sia fisiche, sia psichiche che… economiche.
Ma hanno acquistato il volo da Muscat ed è lì che devono arrivare.
L’Oman come salvezza. Unica. Partire da Dubai è troppo pericoloso.

Così giungono in Oman. Restano in un albergo a Muscat tutto il giorno. Partiranno il giorno successivo con la compagnia aerea Oman Air.
Riescono a partire anche se con con 5 ore di ritardo. Ma sono sull’aereo per Fiumicino.

Dovranno fare scalo a Il Cairo per rifornimento carburante. Uno scalo tecnico. Una ulteriore pausa. Un ulteriore panico.

Quando atterrano a Fiumicino sono le 2.30 del mattino, quattro giorni più tardi rispetto alla data in cui sarebbero dovuti tornare.
I bagagli arrivano in ritardo…momenti ancora concitati, ma finalmente sono a Roma. Ad attenderli parenti e amici contenti e commossi. Sono tornati. Sono provati, sono increduli. La tensione si comincia ad allentare, sono stremati: hanno vissuto giorni davvero complicati e complessi.
Il terrore è finito, l’incubo no.

La signora dice di essere grata al governo emiratino per la gestione della situazione.
Quando le chiedo di tesaurizzare l’esperienza con una parola, dice: «Surreale. Tutto surreale».
Ma la vita sa regalare, ahimè, anche questi momenti.

Nei giorni successivi altri italiani, e non solo, rientrano in patria seguendo il loro esempio: da Abu Dhabi in viaggio verso l’Oman, e da lì, nella città di Muscat, per decollare verso Fiumicino.
Sono stati pionieri, sicuramente.

Il racconto che ci lascia la signora ha tutto il sapore di giorni difficili vissuti facendo squadra, tra paura e resilienza: «Un’esperienza tragica che non dimenticheremo» conclude  piangendo.

L’umanità non impara mai. E questa è l’amarezza più grande… e mentre ci salutiamo e la vedo allontanarsi, penso: «Nel mondo di oggi, mentre le guerre continuano a segnare intere popolazioni, si ha spesso la sensazione che l’umanità non riesca a fare tesoro dei propri errori.
In mezzo a distruzione e sofferenza, restano però gesti silenziosi di solidarietà che ricordano quanto sia fondamentale fare squadra nei momenti difficili.
Forse è proprio da lì, da quei piccoli segni di umanità, che può nascere la speranza di un futuro diverso.
Chissà…».