Successo per “Transiti – il Festival delle connessioni”. Una intensa tre giorni con ultima tappa ieri a Grottaferrata
GROTTAFERRATA (Luciana Vinci) – La giornata conclusiva di Transiti è stata pensata non tanto per chiudere un Festival, ma per aprire molteplici discorsi.
Si è svolta a Grottaferrata, città dalla storia millenaria, città dell’abbazia, città del libro, città delle biblioteche.
“Abbiamo giocato in casa, in una delle nostre biblioteche più belle” – ha osservato Giacomo Tortorici, Direttore del Sistema Castelli Romani, organizzatore del Festival – “e non potevamo scegliere una location più adatta visto il tema della mattinata: il futuro delle biblioteche e della conoscenza”. Tortorici ha ricordato poi il vicesindaco di Grottaferrata Luciano Vergati, scomparso pochi anni fa, che per ottenere una biblioteca comunale, negli anni Settanta, occupò uno spazio dell’Abbazia: “I cittadini dei Castelli Romani sono abituati ad ottenere le cose combattendo, con lungimiranza, come fecero quarant’anni fa per ottenere la nascita del Parco dei Castelli Romani”.
L’introduzione della giornata è stata affidata al Sindaco di Grottaferrata, Mirko Di Bernardo, che di Mario Perniola, conosciuto personalmente, ha ricordato il suo vedere l’estetica e la scienza come due facce di una stessa medaglia, e il cogliere il “cuore pulsante della bellezza che si trova nella natura e anche dentro di noi”. Ha definito il Festival “una manifestazione che guarda al futuro ma cerca anche di imprimere tempi e ritmi del presente e che esprime un amore per il sapere, e il tentativo di creare una forma di pensiero critico, di fronte alle sfide contemporanee che coinvolgono il presente ma anche il futuro”. Riguardo alle biblioteche, le ha indicate come cuore pulsante del trasferimento di cultura e saperi, e anche come polmone giovanile, in connessione con altre strutture cittadine dedicate ai giovani, a cui la Città sta ponendo particolare attenzione.
Il primo dibattito della mattinata è stato animato dal Direttore del SCR Giacomo Tortorici, dal professor Giacomo De Luca (Università della Tuscia), da Simona Villa (europrogettista che lavora per le biblioteche), e dal prof. Mario Pireddu (Università della Tuscia), esperto di didattica e digitale, e coordinato da Enea Bianchi, allievo di Mario Perniola, ricercatore presso il centro di ricerca internazionale Átopos (Universidade de São Paulo, Brasile).
Muovendo dalla domanda “in che modo sta cambiando la conoscenza?” Tortorici e Villa hanno mostrato come si stia vedendo di integrare la tecnologia con la quotidianità nel contesto delle reti territoriali, rendendo più stretto il rapporto tra infrastrutture e conoscenza. Simona Villa in particolare ha mostrato i processi di innovazione sia nell’organizzazione che nei contenuti in atto nei servizi bibliotecari europei, e definito “un potenziale enorme per la riscoperta di un servizio di comunità, di cittadinanza attiva” quello delle biblioteche, luoghi che devono diventare sempre più erogatori di servizi ampi e per tutti, dal near-working al montaggio video al laboratorio di cucito, alla stampa 3d, alle salette cinema… in un periodo in cui – ha rimarcato Tortorici – ci si trova a metà tra il “survival” e il futuro, un futuro in cui cercare strade nuove, offrire nuovi servizi, senza appiattirsi sul solo “oggetto” libro e senza che le biblioteche restino un luogo “di democrazia ristretta”, ma attuando quel cambiamento che inizia da un modo diverso di concepire il ruolo sociale degli stessi bibliotecari. Mario Pireddu, evidenziando come “viviamo in uno stato di cambiamento permanente”, ha invitato a guardare all’IA da un punto di vista culturale, ragionando su come sia cambiata l’infrastruttura della conoscenza in circa 2500 anni di storia, con il libro che come “medium” si è oramai relativizzato: ma quel che interessa è che non si è relativizzata la conoscenza, gestire la quale è “la principale missione delle biblioteche”. Se nell’Ottocento i “computers” erano persone che facevano calcoli per le istituzioni inglesi, divenendo poi solo in seguito macchine per calcolare in maniera più veloce e precisa, ora la tecnologia è arrivata a gestire non solo il calcolo, ma lo stesso linguaggio, e “l’attenzione è tutta sul fruitore, colui che ha relazione con la conoscenza”. La macchina attinge dai nostri immaginari e si porta dietro le nostre stereotipizzazioni: il problema è il controllo di questi dati, della loro veridicità: l’unico mezzo che si ha è quello di confrontare varie fonti. Nel processo didattico, stimolato dalla domanda di una docente, Pireddu ha consigliato, piuttosto che il debunking, il pre-bunking, per far capire ai ragazzi i meccanismi di creazione delle fake news, e anche un possibile utilizzo intelligente dell’IA per il potenziamento della metacognizione, ossia la verifica delle “risposte” che la macchia fornisce.
Giacomo De Luca ha mostrato come la macchina non possa essere arbitro di ciò che è vero e di ciò che non lo è, poiché lì si entra nel campo dell’etica e della politica. Sottolineando come la conoscenza sia “sempre più segregata”, in cluster, comunità tematiche, ha evidenziato il processo in atto di cambiamento del linguaggio, per cui “le parole assumono un determinato significato all’interno di un contesto specifico”; e ha osservato come l’IA generativa sia in realtà sviluppata da una serie abbastanza limitata di big corporation che ne detengono una sorta di monopolio per l’altissimo costo di sviluppo dei modelli, motivo per cui il mondo dell’Università ne è tagliato fuori, senza che vi sia alcun controllo sulla ricerca in questo campo, e senza che alcuna azione che si occupi di IA generativa sia al momento in attivo. Per cui… forse “stiamo perdendo l’accesso al controllo della conoscenza”.
Si è parlato poi del Futuro dell’ecologia in un secondo dibattito coordinato da Chiara Parlanti, dottoressa in Filosofia politica contemporanea (Università Roma Tre), Eliete Pereira (Università di S. Paulo USP Brasile), Silvia Surrenti (Università di Firenze UNIFI), Gabriel Marrugo direttamente dalla Colombia, attivista per i diritti dei popoli indigeni, rappresentante ONPOC e dei Guardiani delle Foreste in Colombia, e con Roberto Salustri, ecologo ed esperto in fonti rinnovabili, direttore Ecoistituto Reseda, dal 2007 impegnato anche in Africa su impianti solari per ospedali e nel miglioramento della produzione agricola degli orti solari familiari.
Salustri, partendo dal motto “senza ecologia non ci sarà futuro”, ha condannato la distruzione dell’equilibrio del pianeta operata dagli umani, una specie “il cui peso in chilogrammi è maggiore di quello di tutti i mammiferi esistenti sula terra”. Ha bollato i meccanismi del potere per cui viene strumentalizzato e sbandierato uno pseudoambientalismo per acquietare le coscienze e lasciar spazio, dietro le quinte, agli interessi di pochi, e affermato come non si possa “fare un discorso ecologico se non si esce dalla logica dell’umano”. Un problema sì filosofico ma anche pratico: una sola specie su 11 milioni di specie esistenti ha creato “un meccanismo che induce un pensiero”, in cui oramai siamo immersi; e per questo si ha bisogno di qualcuno che sia al di fuori di esso: i popoli originari, che sistematicamente da secoli abbiamo bollato come selvaggi, e che nella foresta amazzonica o nelle foreste congolesi non parlano di “natura” ma di “ciò che sostiene la vita”. Il concetto di natura, physis, introdotto dai Greci presupponeva che la natura fosse qualcosa di “altro” dall’uomo, mentre i popoli originari non hanno questo concetto in quanto non “separati” dalla natura. A tal proposito dalle parole di Gabriel Marrugo – uno dei “Guardiani delle Foreste”, colombiano – si è appresa la grande importanza, per la sua cultura, del valore della collettività; nella consapevolezza di far parte della “comunità vivente” – fiume, animale, foresta… – non viene concepito, ad esempio, un premio dato ad uno solo, se non alla sua comunità, grazie e insieme alla quale ha potuto ottenerlo. Al centro l’importanza del bene comune, del rispetto per “ciò che sostiene la vita”, dell’intero ecosistema vivente.
“Dobbiamo creare una nuova ecologia, non so come fare ma vi do gli strumenti per riflettere”, ha concluso Salustri, “e sicuramente dovremo farlo imparando ad usare l’intelligenza collettiva, più che quella artificiale”.
Eliete Pereira ha poi mostrato il suo lavoro sulla comunicazione dei popoli originari del Brasile – poco più di un milione e mezzo di individui, con oltre 160 lingue – e sulla loro cosmologia, ponendo la domanda – che resta aperta – se il futuro dell’ecologia non possa essere un futuro ancestrale. Consigliando la lettura di vari autori, brasiliani e non – Timothy Morton, Ailton Krenak, Ernst Haeckel, Antonio Bispo Do Santos, Cris Takua, David Kopenawa e Bruce Albert – ha posto l’attenzione su concetti come “l’ecologia come interconnettività”, ed “ecologia non antropocentrica”, in cui tutti gli esseri umani sono interconnessi, così diversa da un umanesimo che trasforma la natura in denaro, distaccandosi da essa e vedendola come risorsa da sfruttare.
Silvia Surrenti, che si occupa di salute digitale ambientale, ha poi mostrato che “le scienze della vita ci stanno indicando che l’essere umano è di per sé una collettività non solo umana”: cultura, tecnologia
e natura convivono già anche nell’ambito della salute, come si evince dalle tecniche “omiche” che utilizzano i big data per rappresentare l’ambiente interno del nostro corpo secondo schemi che non sono quelli classici. È la branca della “metagenomica”: nel microbioma c’è una relazione simbiotica e di scambio con esseri che abitano sia all’interno che all’esterno di noi stessi. “La vita, e quindi l’ecologia, è frutto di una connessione di tipo simbiotico in cui niente si costituisce da solo. E questo ambiente sincretico che è il microbioma può essere sintetizzato, analizzato solo attraverso le nuove tecnologie”. Una genetica collettiva che indica una nuova idea di ambiente, interconnesso con l’uomo, allargando i confini tra ciò che esterno e interno a noi: “Ciò che succede all’esterno ha un effetto su di noi, e viceversa”. Per cui si annulla anche la differenza tra umani e non umani, il confine tra interno ed esterno, nel superamento anche dell’idea antropocentrica di salute, concependola come uno stato non più fisso, ma come relazione simbiotica con il tutto, in una “visione transorganica dell’esistenza”.
Nel pomeriggio Giacomo Tortorici ha intervistato Walter Quattrociocchi, uno dei massimi esperti mondiali di dinamiche dell’infosfera e dei social network, dei Castelli Romani con un gruppo di ricerca a Frattocchie – la “Scuola di data science” – iniziando “col botto”, inevitabilmente, con una domanda sulle elezioni americane: è vero che l’elezione di Trump sarebbe stata dovuta all’influenza dei social media?
“Trump non è mai stato eletto per colpa delle fake news” ha risposto con cognizione di causa Quattrociocchi, perché è scientificamente dimostrato – con studi accademici su milioni di casistiche – che “quel che circola sui social non influenza davvero le persone: c’è in realtà talmente tanto materiale informativo che ognuno pesca quel che più gli aggrada, ignorando le informazioni a contrasto” (ne ha ben parlato nel suo libro “Polarizzazioni”): si creano sempre più gruppi, nicchie epistemiche, eco chamber ad argomento, in cui corroborare le proprie convinzioni. L’elezione di Trump deriva da un fenomeno di massa statunitense così enorme che le variabili per una previsione erano infinite; ma il motivo principale a suo avviso “è che la narrativa dei democratici non attrae”, benché l’élite della comunicazione giornalistica avesse un po’ “forzato” le previsioni desiderando una vittoria della Harris (meccanismo dell’ “agenda setting”), con sondaggi che hanno assolutamente fallito. Il meccanismo che regola i social è dimostrato non essere assolutamente quello di diffondere informazione, ma l’intrattenimento; per questo i giornalisti ancora “vivono malissimo” i social, non vi si sentono a loro agio, vittime di un cambio di ruolo che ancora faticano a declinare nel nuovo ambiente. Sui social il meccanismo è essere popolare, fare visualizzazioni. Inoltre fare fake checking – ossia smentire le bufale – è dimostrato che non fa cambiare idea. E non è il prestigio di una pagina o un profilo social che determina diffusone di un contenuto, ma è il “è il contenuto stesso”. Se prima l’influencer era il veicolatore privilegiato, ora il mercato si è molto differenziato e si è tornati alla “customer segmentation”. Parlando poi di IA, ha affermato che “se ne parla troppo e male”, e che a suo avviso non è affatto una rivoluzione: la vera “rivoluzione dei dati” – prima della quale le reti sociali erano casuali, non avendosi i dati per misurarle – è del 1999/2000, quando si è aperto il “diluvio dei dati” e la pretesa – giacché l’uomo soffre di “ansia da controllo” – di usarli per fare previsioni di ogni tipo. E “anche l’informazione sui social passa per questa ansia”. Le macchine della IA non nascono per essere “intelligenti”, ma per prevedere come evolverà un discorso, un processo. Possono aiutare nel lavoro, in quanto facilitano la costruzione di contenuti, “ma il contenuto devi averlo”, “le fonti devi controllarle tu”.
Ha poi criticato il meccanismo per cui, in Europa, si cerchi di normare meccanismi che ancora non si sono capiti, tecnologie nemmeno iniziate. Una “sovrarappresentazione errata di problemi dal punto di vista normativo” che a livello industriale non ci rende competitivi.
A seguire, si è tenuta la tavola rotonda “Perniola Studies”, sulle ricerche che l’opera del filosofo Mario Perniola ha ispirato nel mondo, grazie anche ai suoi molti viaggi e alle sue relazioni con gli ambienti accademici di vari continenti, e soprattutto al suo rapporto privilegiato con il Brasile. Ne hanno discusso grandi esperti internazionali: Enea Bianchi (Università di S. Paulo USP Brasile), Eliete da Silva Pereira (Università di S. Paulo USP Brasile), Alberto Sanchez (Università Autonoma Metropolitana UAM Città del Messico), Loredana Massaro (Sistema Castelli Romani).
Enea Bianchi ha fornito una esauriente introduzione al pensiero di Mario Perniola, tracciandone tutto il percorso formativo e professionale – dai primi anni Sessanta al 2018 – che lo ha reso testimone di
sessant’anni di storia europea, italiana e mondiale. Ne è emersa la eccezionale figura di un “outsider”, visiting professor ovunque, scrittore, cultore dell’arte e della letteratura, fondatore e animatore di riviste – Agar agar, Estetica news, Clinamen, Àgalma (ancora attiva) – che ha tuttavia sempre mantenuto “un piede” nell’accademia e ha insegnando per quasi trent’anni, gli ultimi, Estetica a Tor Vergata. Ha evidenziato le tradizioni che più hanno influenzato Perniola: lo stoicismo, con la sua filosofia dell’azione e dell’efficacia a livello quotidiano, ma anche il barocco (nella definizione data da Bacone: “l’immaginazione è il fare e disfare matrimoni illegali tra le cose”), concludendo come tutta la sua opera sia consistita nel “mostrare consonanze tra esperienze apparentemente lontane, e l’annidarsi del perturbante nel quotidiano”, “defamiliarizzare il familiare e viceversa”. Un focus particolare Bianchi lo ha dedicato ad alcuni testi fondamentali di Perniola, concludendo con il libro più “corposo”, uscito postumo, “Tiresia contro Edipo”, nel quale nel suo ultimo anno di vita l’intellettuale riflette su tutto quel che ha vissuto. Ne è emerso il quadro di un pensatore atopico, inclassificabile, sempre in ricerca.
Eliete Pereira ha poi introdotto alla conoscenza degli autori e intellettuali brasiliani – Candido Mendes, Gilberto Freyre, Roberto Motta, Clarice Lispector – importanti per la formazione di Perniola, intellettuale poliedrico che si immerse “in un Brasile intimo profondo e al di fuori degli stereotipi classici”, un paese che amò enormemente, anche nei suoi paesaggi, che gli comunicavano “un’esperienza di spaesamento e sospensione”, per cui si trasformò “in un nativo dell’isola di Itamaracà”, dove scelse anche di soggiornare a lungo: molte delle suggestioni presenti nel libro “Il Sex appeal dell’inorganico” sono suscitate anche dal paesaggio brasiliano.
Spiegando come lo stesso nome del Festival, “Transiti”, derivi dalla parola “trance” delle culture afro- brasiliane – la “possessione teatrica” data dal ritmo ancestrale di musica e danza – e dalla concezione di una cultura che permea completamente la propria esistenza, ha concluso con l’osservare come Perniola sia molto conosciuto in Brasile più nell’ambito dell’arte che in quello della filosofia, e ponendo l’attenzione sulla esperienza culturale da lui vissuta come “esperienza sinestetica sia dal punto di vista percettivo che concettuale”.
Alberto Sanchez ha parlato di arte ed estetica in Mario Perniola, un’estetica del sentire, della vita e della forma – “forma” che in Perniola è elemento fondamentale del “cosa”. Un’estetica dell’interazione visiva, come transito e sospensione, con categorie plastiche e flessibili, strumento per instaurare una nuova forma di relazione tra le cose; dell’arte nel suo impatto sulle forme di vita, con le interazioni e le aperture che ne derivano. “Transito” non solo come ciò che accade, ma anche nuova forma per relazionarsi con una parte del mondo della vita che ne è stato “espulso”.
Infine Loredana Massaro, del SCR, ha posto in evidenza il tema della trasformazione delle relazioni interpersonali nell’era post-umana, pur nella dibattuta datazione del “post-umano” – successivo a una delle due guerre mondiali, o addirittura permanente – in quanto era di ibridazione e fluidità (Baumann, Rosy Braidotti…). “Dove finisce il corpo umano e dove inizia la macchina”? “Queste tecnologie in realtà possono anche isolare, alienare, creare dipendenza. Come trovare un equilibrio tra rischi e opportunità di questa società iperconnessa?”. Ha posto poi in rilievo come nel testo “Miracoli e traumi della comunicazione” (2009), sottolineando gli eventi straordinari – husserlianamente “fenomeni- limite” – presentati sotto il duplice aspetto “del miracolo e del trauma, in quanto imprevedibili e inaspettati” (la rivolta degli studenti del ’68, la rivoluzione iraniana del 1979, la caduta del muro di Berlino del 1989, l’attacco alle torri gemelle del 2001), Perniola abbia ravvisato l’offuscamento della differenza tra reale e possibile, e come questi eventi abbiano contribuito a trasportarci nell’epoca delle valutazioni arbitrarie. “La sfida del post umano è dunque una sfida di equilibrio tra l’espansione delle nostre capacità e la conservazione di ciò che ci rende individui unici”, ha concluso.
L’ultima sessione del Festival ha visto la giornalista Rai Barbara Carfagna dialogare con uno dei più grandi sociologi viventi, Derrick de Kerckhove, leggenda mondiale per il digitale, ultimo allievo e amico di Marshall McLuhan, e Massimo Di Felice sul futuro quantico della comunicazione, argomento tanto complesso quanto attuale.
Presentandoli, la Carfagna ha affermato “Ci siamo un po’ incartati negli ultimi decenni attorno a questioni spesso determinate anche da errori di definizione, come nel caso di Intelligenza Artificiale, mentre questi due studiosi ci hanno restituito una visione della complessità di cui dobbiamo essergli
grati”, stimolando la discussione in direzione di un ulteriore passo avanti nel dibattito sull’IA generativa.
Massimo Di Felice ha parlato di cambiamento radicale del concetto di comunicazione, nella attuale crisi del linguaggio, in cui le vecchie categorie di complessità sistemica e cibernetica (forme lineari di passaggio di informazioni attraverso dei mezzi di comunicazione) non sono più adeguate, in una “evoluzione di forme di connettività ed espansione di reti” che connette uomini, computer e “non umani”. “Le reti che connettono gli ecosistemi ci portano a individuare una nuova idea di comunicazione”; “quando noi oggi interagiamo con big data e gli poniamo domande (…) questo scambio comunicativo implica processi metamorfici che non sono più esterni, (…) come i cambiamenti climatici non sono il risultato di una causa e nemmeno di un effetto, e stanno avvenendo non in una zona del mondo ma nei nostri stessi organismi”.
De Kerckhove, già coniatore dell’espressione “intelligenza connettiva”, ha spiegato la distinzione tra comunicazione connettiva e comunicazione disseminativa: “ogni volta che noi interagiamo, il nostro sistema neuronale subisce delle trasformazioni, cioè si inaugura un processo metamorfico”. La nostra idea di conoscenza è passata dalla “disseminazione” (Cristo) al “dialogo” (Socrate), e si parla ormai di “condizioni abitative”, forme di ecologia che stabiliamo tra noi, gli oggetti, gli ecosistemi. Riguardo agli LLM (Large Language Model) dell’IA, De Kerkove sostiene che questa globalizzazione, omogeneizzazione è in realtà un transito verso l’informatica quantistica, parlando di “conversione” tra fisica classica e fisica quantistica, due cose coerenti ma profondamente diverse. Dunque una “ecologia quantica” e una “connettività quantica”. “La cultura digitale non si può fermare qui, perché ha un ruolo transitorio verso il quantum (…) Ecco perché il quantum computing potrà aiutarci più del digital computing”. Viviamo in uno spazio e tempo che pensiamo “durativi”, mentre “la fisica quantica è epifania, sorgente, fonte”, ha affermato.
Di Felice ha aggiunto che il passaggio dall’internet digitale all’internet quantica – che funzionerà se sarà realizzata con il qbit, con la possibilità che ogni qbit possa essere sia zero che uno – potrà cambiare tutta la forma della comunicazione: “non c’è più trasmissione, ma c’è l’evento”, quel che per i Greci era l’àion, che lui traduce come “atto connettivo”, in un processamento continuo di dati, una realtà che è in continuo divenire, a partire dalle metamorfosi che le connessioni e i dati continuamente producono. Introducendo il concetto di reti neuronali che “producono intelligenza”, ha spiegato come un cervello da solo non sia intelligente, ma “ad esserlo sono le reti neuronali, l’ambiente in cui l’individuo cresce, le informazioni che riceve”, concludendo come l’ “ecologia della mente” sia la sola che possa spiegare “come stia cambiando la nostra intelligenza in connessione con i dati”.
I due studiosi hanno parlato anche di molto altro: la caduta della distinzione tra uomo e macchina, l’idea del non controllo umano della tecnica e della natura, della cittadinanza come fatto non più politico ma molto più complesso, della “non località” di quel che siamo, “molto di più che atomi di stelle” (Kerkhove), della centralità dell’ “essere” rispetto all’evento (e Perniola era ossessionato dalla tematica dell’essere!), della eliminazione dell’illusione della permanenza, del “punto di essere” che si oppone al “punto di vista”, poiché “il punto di essere non giudica, non è visuale, è tattile”. Se è certo che “non riusciremo mai a non essere occidentali, perché pensiamo attraverso la scrittura” (Di Felice), la questione è l’ipercomplessità, per cui oggi abbiamo la possibilità di processare una quantità infinita di dati, il che produce l’approccio a un tipo di complessità nuovo, e l’elaborazione di forme di narrativa, di riflessione impossibili con la scrittura, per via della sua “linearità”: occorre un “salto quantico” (Di Felice). E come farlo? Come spiegare un mondo senza la scrittura? “I dati non parlano da soli. Dobbiamo pensare a una rivoluzione oggi non solo dell’idea di conoscenza, ma anche delle forme espressive. Esistono popoli non occidentali che si connettono al digitale e alla foresta, agli alberi, alle piante nello stesso modo” (Di Felice).
Barbara Carfagna ha portato l’esempio dell’Arabia Saudita, dove “ci sono pezzi di mondo che hanno già transato grazie al digitale”: si sta addirittura ricostruendo un pezzo di crosta terrestre con le nuove tecnologie; si reintegrano i coralli stampandoli in 3d; si piantano 30 milioni di alberi all’anno, allevandoli in nursery per cercare di fermare il deserto. Una rigenerazione al 100% digitale, ma totalmente sostenibile, della natura, che – chiede – “è qualcosa di pensabile, anche geopoliticamente?”. “L’umano lo ha sempre fatto – ha risposto Di Felice -: buona parte della foresta amazzonica è stata piantata dalle popolazioni locali.”
“Non esistono le macchine. Nessuna macchina è un prodotto dell’umano, è un qualcosa che cambia il nostro essere umani. Non esiste intelligenza naturale. Ogni tipo di intelligenza è prodotta artificialmente. Nemmeno l’agricoltura è naturale. Dobbiamo liberarci dalle categorie prodotte dall’antica Grecia e iniziare ad abbracciare la logica quantica, cioè la logica dell’ipercomplessità. Creare forme di sostenibilità che non distruggano l’ambiente e che permettano di continuare a vivere”, ha concluso Di Felice. Quindi, benvenga la rigenerazione digitale, se risolve problemi ambientali e anche di geopolitica.
Kerkhove ha ringraziato Di Felice per una particolare illuminazione: se per lui “il cervello era un sistema di filtro, e non di produzione”, dopo oggi non è più così!
Il Festival si è concluso in una maniera assolutamente non convenzionale con il film “L’etrusco uccide ancora” di Armando Crispino, un giallo del 1972 che concettualizza il tema delle “connessioni” sia narrativamente che formalmente. Leonardo Magnante (Università Tor Vergata) ha spiegato come il giallo sia sempre filosofico, in quanto compie un percorso da una verità apparente o simulacro allo svelamento di una verità, attraverso la raccolta di indizi e un’investigazione.
Francesco Crispino (Roma Tre), figlio di Armando e film maker, ha parlato del percorso professionale del padre. Lo stimolante dialogo che ha seguito la visione del film tra Crispino, Ivelise Perniola (Università Roma Tre), figlia di Mario, e Andrea Pergolari, storico del cinema, ha fornito una interessante storia del giallo italiano e delle contaminazioni tra autori del genere, spiegando anche la crisi del settore successiva all’avvento (1975/76) della TV commerciale.
Il film, diretto da Armando Crispino e scritto dallo stesso Crispino con Lucio Manlio Battistrada, “gioca a carte scoperte con lo spettatore permettendogli di porsi allo stesso livello dei personaggi e costruendo insieme a loro il percorso dell’investigazione”, “moltiplica le verità apparenti che poi confluiscono in una verità finale abbastanza sorprendente” – nelle parole di Magnante, che ben colloca la pellicola in un festival come questo, per la fluidità con cui gioca su passaggio da un verità all’altra, puntando “alla comprensione di un certo meccanismo che è alla base della vita stessa”: “tutti abbiamo un segreto, che è la ragione della nostra vita sulla terra, e per tutti è un mistero come si concluderà: sappiamo quale sarà la nostra fine ma non come sarà”.























