Di generazione in (de)generazione, il futuro che non avanza. Mondo giovanile: troppi vizi poche virtù
IL GUSTO del trash, la voga del grottesco, il sapore della sconfitta. Le papille gustative si impregnano di un retrogusto amaro, provocato da una sudicia pietanza da ristorante di seconda mano. Una portata indigesta ed indegna, la mediocrità. La spontaneità (questa si servita su un piatto d’argento) nel constatare il degrado della società italiana moderna, affiora indelicata.
“The generation of degeneration”, la generazione della degenerazione, un singolare gioco di parole che denota, in maniera evidentemente negativa, gli eredi al trono di un’Italia allo scatafascio, tanto desiderosa di cambiamento, quanto incapace nell’attuarlo. Trash, trash, trash, un motivetto in stile anni ’80, che trova inconfutabilmente la sua collocazione nell’epoca moderna, sorvolata da uno stormo di gabbiani e al tempo stesso tenuta d’occhio dagli avvoltoi che la governano; bellezza e crudeltà, fragilità e mistificazione, innocenza e volgarità: un mix letale da pellicola cinematografica, da Oscar della depravazione. Dalla depravazione al vizio, una linea sottile che marca il confine tra la vita “reality” e la prostituzione intellettuale: il degrado del cervello umano, comandato a bacchetta da un’insana passione per l’intemperanza.
Un’involuzione dal punto di vista socio – culturale, fondata sulla totale mancanza di interesse ed informazione che, nel ventaglio delle ipotesi, si manifesta attraverso una sciagurata repulsione nei confronti del caro vecchio amico libro (o quotidiano che sia), spodestato dalla moda qualunquista di turno e del momento. Evidentemente il profumo di stampa ha perso l’incisività e l’efficienza di un tempo, quando, nelle vesti di un funambolico acrobata, amava destreggiarsi costantemente tra cuori, trepidazioni ed emozioni, sensazioni che oggi non albergano in chi ha venduto l’anima in nome del progresso. “Tanta nostalgia degli anni ’90, quando il mondo era l’Arca e noi eravamo Noè”, cantavano gli Articolo 31, figli di un’epoca in cui l’utilizzo del bastone e la carota non destava scandalo.
Diffidate da un diluvio universale-bis che diede non pochi problemi al patriarca biblico, la pioggia che batte forte sulle problematiche affrontate è sormontabile con l’ausilio di un semplice ombrello dal buon manico. Di buon manico si tratta, o meglio, si necessita: il ruolo chiave del genitore, aspirante guida del buon avvenire, giunge indispensabilmente sotto la lente d’ingrandimento della pubblica opinione. Educazione e civiltà, questo matrimonio non s’ha da fare. Tuttavia, l’altra faccia della stessa medaglia presenta un gruppo di coach da primato, una compagine positiva e devota alla trasmissione di buoni propositi, molto spesso non correttamente recepiti: «I vostri figli non sono i vostri figli, essi sono i figli e le figlie della smania della Vita per se stessa. Voi potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i propri pensieri. Potete dare alloggio ai loro corpi, ma non alle loro anime, poiché le loro anime dimorano nella casa del futuro che voi non potete visitare neppure in sogno». (Kahlil Gibran – “Il Profeta”, 1923).
Libertà e licenza di distruggere passato, presente e futuro, il sunto di una classe disobbediente alle norme del buon gusto. La crisi del modello da imitare recita indisturbata sul palco di un cupo teatro abbandonato dai suoi attori, per l’occasione divenuti gelosi custodi di una superficiale quotidianità. Eleganza e raffinatezza (secondo loro), un binomio che viaggia a vele spiegate nella trasgressione della notte buia, nell’insabbiata oscurità che copre quel senso intriso d’ambiguità: uno “snob drink” in mano e tutti in posa per la foto, seppur spettinati e spossati, si vola sui social network, perchè il mondo deve conoscere l’esser alternativi in modo fittizio, magari ornato da qualche errore/orrore grammaticale, una vera e propria routine. Suscettibilità, caratteristica e conseguenza di un dialogo aperto con il brillante “ragazzotto” moderno, poiché non appena gli si fa notare l’assurdità e l’inconsistenza dei suoi ragionamenti e modi d’agire sbotta come il peggior trombone mai ascoltato prima.
Al diavolo la futile retorica, deleteria per la salute dell’umanità intera: tuttavia è necessario, se non addirittura doveroso, sottolineare una quantomeno parziale assenza di umiltà e raziocinio che affonda le sue radici in un illogico distacco fra realtà e futuro, consegnato scelleratamente nelle mani di chi crede, ad esempio, che la Crimea sia un nuovo tipo di gelato appena messo in commercio, o che Francisco Franco fu una vecchia gloria del Real Madrid. Ma non è finita qui, perché il culmine dello sconforto si raggiunge quando a latitare è il rispetto, un lontano ricordo. Quelli del «per favore», «gentilmente», «per cortesia» sono una razza estinta che ha lasciato il posto agli arroganti superbi del «sono meglio di te»; quei ragazzi che in bus o in un treno affollato restano in piedi per permettere ad una donna incinta o ad un anziano di prender posto, si contano sulle dita di una mano: i sedili, nella maggior parte dei casi, sono riservati ai piedi. Dimostrazioni negative a go-go, infinitamente ripetitive, che sfociano nei soliti cliché ed in frivole chiacchiere da bar, ammaliate dal forte richiamo della rissa verbale.
D’altronde si sa, «il sapere e la ragione parlano, l’ignoranza e il torto urlano», Indro Montanelli docet. Immaginatelo l’indimenticato Indro protagonista di un paradosso; lui, uomo dall’animo fragile, dalla coerenza spiccata e dalla classe squisitamente rilevante, cliente improvvisato di quel fantomatico ristorante di seconda mano citato in precedenza. Uno sguardo intorno, poche parole, un dialogo fitto e rapido che non lascia spazio a scomode alternative: «Cosa desidera, signore?», «Nulla, il conto grazie».
Cristiano Verde













