Carcere e tossicodipendenze. Il calvario dei detenuti con “Disturbo da uso di sostanze” nell’accorata lettera aperta di una mamma
RICEVIAMO e pubblichiamo l’accorata lettera aperta di una mamma che ha il figlio tossicodipendente e alcolista in stato di detenzione carceraria.
La questione sollevata da questa mamma è molto delicata e di estrema attualità. Si consideri che, secondo recenti statistiche, circa il 30% dei detenuti è tossicodipendente.
Non tutte le tossicodipendenze presentano le stesse problematiche, ma a volte certe problematiche meriterebbero interventi forse più adeguati…
«Con questa lettera aperta voglio portare a conoscenza di tutte quelle persone, che come me stanno vivendo il dolore di un figlio tossicodipendente e alcolista, della inadeguatezza, della poca serietà, e dell’indifferenza delle Istituzioni e dei professionisti che si dicono qualificati, di fronte ad un problema così grave che affligge tanti giovani ed altrettante famiglie.
È ormai quasi un anno che mio figlio è in carcere e, dato il tempo trascorso, oggi è lucido, se così si può dire, ed ha preso coscienza degli atti persecutori compiuti nei confronti della sottoscritta e di altri soggetti, dello stato di profondo degrado in cui era caduto tanto da ridursi come un barbone, nonostante il mio continuo aiuto economico, non potendo purtroppo fare altro in quanto lui si è sempre rifiutato di andare in comunità.
Si sa bene che è impossibile per un tossicodipendente ed un alcolista recuperare completamente e mantenere uno stato di lucidità, anche se per lungo tempo in astinenza, se non si affronta un percorso di guarigione mirato allo scopo, con persone qualificate ed in una struttura adeguata.
Ed è questo che più mi preoccupa.
Oggi mio figlio è detenuto, sta male e chiede di poter andare in comunità ma le strutture in carcere sono così inadeguate ed indifferenti che mi chiedo: come posso io aiutare mio figlio a guarire?
Come posso sensibilizzare le persone a venire incontro alle richieste di aiuto di una persona che ha compiuto, si, atti illegali, ma sotto l’influenza di droghe e di alcol?
E quando avrà scontato la sua pena e sarà libero, ancora di più inasprito dalla detenzione, come affronterà il futuro, da solo perché abbandonato da amici e parenti (solo io mi prendo cura di lui ma sono ormai molto stanca e provata), senza un lavoro, incapace di resistere al desiderio di droga e di alcol, se oggi non sarà adeguatamente curato?
Oggi i nostri legislatori ed i professionisti competenti non fanno altro che dire che non è il carcere, che dovrebbe rieducare, il luogo adeguato per fare scontare la pena al tossicodipendente; ma una comunità di recupero ed allora perché il detenuto tossicodipendente che ha preso coscienza della sua “malattia” e che sa che se non si farà aiutare adeguatamente per uscire dal baratro in cui è caduto, e quindi chiede un aiuto concreto, perché deve trovare tante difficoltà e trovarsi di fronte un muro che ancora di più lo mette in ginocchio?
Il SerD del carcere, per completare la pratica necessaria per farlo accedere alla misura alternativa al carcere e quindi consentirgli l’accesso ad una comunità di recupero, gli chiede un certificato di tossicodipendenza, ma chi meglio dello stesso SerD del carcere può certificare la sua dipendenza, il suo stato di malessere, da loro accertato con analisi tanto da qualificarlo come “abusatore”?
Ma il SerD del carcere se ne lava tranquillamente le mani e continua a imbottirlo di farmaci, qualche volta sbagliando anche la terapia.
Si pensi che soltanto qualche giorno fa (!), dopo continue sue richieste, il SerD lo ha preso in carico dopo quasi un anno che ne ha fatto richiesta (!).
È una vergogna!
Come si possono sensibilizzare certe persone?
Io non posso far altro che continuare a chiedere aiuto a Istituzioni, Giudici, Dottori, affinché si rendano consapevoli delle sofferenze delle persone (drogati e familiari impotenti) bisognose di aiuto; drogati che, con i loro atti, hanno agito contro la legge e che giustamente devono scontare la loro pena, ma lo devono fare in un luogo che possa effettivamente rieducarli e reinserirli nella società e non abbandonarli al loro misero destino, tutti consapevoli che, una volta usciti dal carcere sicuramente continueranno a nuocere a sé stessi e agli altri, con conseguenze che possono essere anche irreparabili.
Ricordo a tutti che tante organizzazioni umanitarie prendono a cuore la sorte dei cani abbandonati e maltrattati, non capisco come si possano abbandonare al loro crudele destino le persone!
Spero che qualcuno che mi legge e mi può dare consigli, lo faccia, qualsiasi aiuto può essere un’ancora cui aggrapparsi per non affogare».
G.T.













